Negozi di alimentari e prodotti per la cura della casa e della persona, supermercati, ristoranti: sono i luoghi del retail in cui si sta prepotentemente facendo strada la filosofia dello Zero Waste. Nuovi concept e nuovi modelli di business che coniugano un’estetica sofisticata alla necessità di ridurre drasticamente gli sprechi e volti a offrire un’esperienza d’acquisto gratificante e zero sensi di colpa. Packaging free, impatto zero, riciclo, pre-ciclo, rispetto per l’ambiente, etica, responsabilità sono le parole chiave di questo movimento che sta guadagnando sempre più adepti dall’Europa agli Stati Uniti. Partiamo, quindi, per il nostro consueto giro del mondo per scoprirne le realtà più innovative.

Original Unverpackt, Berlino. Nell’estate del 2014 Sara Wolf e Milena Glimbovski hanno aperto a Berlino il primo supermercato totalmente packaging-free. I finanziamenti per realizzare questo ambizioso progetto sono arrivati tramite una campagna di crowfunding sulla piattaforma Startnext che ha confermato il successo della loro idea, raccogliendo più di quanto previsto per avviare il progetto, grazie a oltre 4.000 supporter provenienti da ogni angolo del pianeta. Qui i clienti portano i propri contenitori da casa (o possono comprarli in loco e riutilizzarli per gli acquisti successivi), li riempiono esattamente con la quantità di prodotto di cui hanno bisogno e, una volta alla cassa, pagano solo il peso netto di quanto effettivamente comprato. Un nuovo modo di fare la spesa all’insegna del necessario e del rispetto dell’ambiente: la presenza dei dispenser permette, infatti, di dosare la giusta quantità di prodotto senza lasciarsi influenzare dal packaging e dai brand ma privilegiando la qualità ed evitando gli sprechi. La possibilità di acquistare prodotti sfusi non è una novità ma questo format ha il vantaggio di coniugare la sostenibilità con la comodità di poter acquistare varie tipologie di prodotti (cibo, detersivi, ecc.) in un unico luogo. Allo stesso tempo l’assenza di confezioni permette di ridurre il numero di imballaggi, difficili da recuperare e riciclare a fronte delle enormi quantità di acqua ed energia adoperate per la loro produzione.

Original Unverpackt, Berlino
Photo credits www.original-unverpackt.de

Effecorta, Milano
Photo credits www.nonsprecare.it

Jean Bouteille, Francia
Photo credits www.jeanbouteille.fr

The Soap Dispensary, Vancouver
Photo credits www.darfieldearthship.com

Tiny Leaf, Londra
Photo credits www.fashionbite.co.uk

WeFood, Copenhagen
Photo credits www.independent.co.uk

The Daily Table, USA
Photo credits www.nextstreet.com

Effecorta, MilanoDa Effecorta spesa alla spina fa rima con filiera corta, come il nome della bottega suggerisce. Qui cereali, pasta, legumi, frutta secca, ecc. stanno in contenitori trasparenti sulla cui etichetta vengono indicati provenienza (non oltre i 70 Km da Milano, fatta eccezione per alcuni alimenti non facilmente reperibili nei dintorni) e metodi di produzione nonché l’eventuale certificazione biologica. L’attenzione dei fondatori è volta al recupero di un rapporto diretto tra consumatore e produttore, alla valorizzazione dei produttori locali che assicurino alti standard qualitativi e a una modalità d’acquisto che richiami quella dei vecchi negozi di prossimità. Effecorta nasce, infatti, come un negozio di vicinato e tale vuole rimanere, anche applicando, nei limiti del possibile, una politica di prezzo accessibile al pubblico trasversale del quartiere della prima periferia milanese in cui si trova.

Jean Bouteille, Francia. Jean Bouteille è l’azienda che ha introdotto il concetto di precycle dei prodotti liquidi. Il sistema permette di acquistare e imbottigliare al momento varie tipologie di olio, vino (rosé e rosso) e aceto (balsamico e di mele) da grossi dispenser. Le persone versano una cauzione per l’uso della bottiglia di vetro che viene poi riportata, ripulita e riutilizzata, prolungandone in questo modo la vita in eterno (a meno che non si rompa!). Oltre a evitare gli sprechi e permettere di acquistare solo la quantità necessaria di prodotto, questa modalità ha anche un’altra esternalità positiva, quella di recuperare il contatto visivo con quelle sostanze il cui packaging spesso ne preclude la vista. Le persone risparmiano e l’ambiente ringrazia. A oggi il sistema viene utilizzato da sette punti vendita sparsi tra il Belgio e il sud della Francia.

The Soap Dispensary, VancouverQui siamo di fronte alla mecca del refill di saponi e detergenti per il corpo, i capelli e la cura dei vostri capi. Impegnato in prima linea nel riciclo della plastica, il negozio permette di acquistare i prodotti portando i propri contenitori o versando una piccola cauzione per utilizzare quelli messi a disposizione in-store. Tutti i marchi sono selezionati in base al loro minimo impatto sulla salute e sull’ambiente, sono biodegradabili e, ove possibile, biologici, vegani e/o equo-solidali. Forte è anche l’attenzione alle ricadute sulla comunità locale con il 50% dei prodotti provenienti da produzioni locali e il punto vendita che viene concepito come un educational hub che ospita ciclicamente workshop e dibattiti aperti al pubblico.

Tiny Leaf, Londra. Il primo ristorante vegetariano, biologico e a impatto zero della capitale inglese. In attesa di trovare una sistemazione definitiva, il locale ha occupato fino allo scorso aprile i quattro piani di una palazzina nel quartiere di Notting Hill. Ideato dallo chef, scrittore e food activist Justin Horne, Tiny Leaf utilizza il cibo in eccedenza di fornitori quali Planet Organic e Langridge, per creare menu – che ovviamente cambiano ogni giorno a seconda delle disponibilità – di piatti gourmet vegetariani e bio. Il suo principale obiettivo è quello di diventare un laboratorio permanente che generi consapevolezza intorno al problema dello spreco di cibo e che inviti le persone a ridurre la loro impronta ecologica scegliendo un’alimentazione a base di frutta e verdura di stagione. Un intero piano è occupato da un juice bar che offre succhi estratti a freddo e da un cocktail bar curato dal fitoterapista e botanico Michael Istead insieme al bartender Lee Shephard, che nella lista include un drink proprietario a base di vodka bio, mela, cetriolo, menta, fiori di sambuco e zenzero, servito in un vasetto con della terra commestibile. Ancora un altro piano è riservato alla creazione di eventi di sensibilizzazione su questi temi, come proiezioni di film e documentari o cicli di conferenze di imprenditori e esperti nel campo delle coltivazioni bio e organiche. Ultimo, ma non in ordine di importanza, le persone possono scegliere di donare una sterlina per ogni scontrino che andrà in beneficenza al Refugee Community Kitchen Calais e alla Soil Association, mentre parte dei ricavi della vendita della loro acqua imbottigliata vengono donati alla Whole World Water.

WeFood, Copenhagen. Ha aperto i battenti a Copenaghen il primo supermercato contro lo spreco alimentare. Il punto vendita Wefood, infatti, mette in vendita soltanto prodotti indicati come “eccedenze” dal resto della grande distribuzione, evitando così che cibi ancora commestibili vengano destinati alla spazzatura. Il supermarket è gestito dalla ONG Folkekirkens Nødhjælp e gruppi di volontari si occupano del ritiro dei prodotti presso i fornitori. L’obiettivo è quello di ridurre lo spreco alimentare contribuendo al contempo a rendere più facile l’approvvigionamento di generi di prima necessità alle fasce di reddito più basse. Per raggiungere questi due importanti obiettivi, i prezzi dei prodotti sono tra il 30 e il 50% inferiori rispetto a quelli di mercato. Questo particolare tipo di punto vendita è stato realizzato grazie a una serie di accordi sottoscritti con la grande catena di supermercati danese Føtex e con una serie di negozi al dettaglio che forniscono carni, verdure e altri generi alimentari (compresi alcuni fornitori di alimenti biologici).

The Daily Table, USA. Negli Stati Uniti il cibo scaduto non si spreca: tutti gli alimenti non più vendibili nei diversi supermercati ma ancora in ottimo stato e buoni da mangiare, vengono recuperati e poi rivenduti a un prezzo inferiore nei negozi “The Daily Table”, catena non profit lanciata nel 2015. L’idea è dell’imprenditore Doug Rauch, già presidente della catena “Trader Joe”, e, da un lato, permette di evitare gli sprechi di cibo, dall’altro fornisce un aiuto alle famiglie americane in difficoltà economiche. Secondo i dati resi noti da Rauch, infatti, ogni anno negli Stati Uniti si butta via il 40 per cento del cibo, uno spreco che calcolato in termini monetari equivale a circa 165 miliardi di dollari, ben 120 miliardi di euro. E mentre il cibo viene sprecato, il 15 per cento delle famiglie statunitensi soffre una situazione di insicurezza alimentare. I supermercati propongono un’ampia offerta, sia di cibi freschi che preparati sul posto e pronti da mangiare a testimonianza che il cibo scaduto non è sempre da buttare: lo yogurt, ad esempio, si può mangiare anche una decina di giorni dopo la sua data di scadenza, al massimo contiene meno fermenti lattici, l’olio si mantiene in buono stato anche sei mesi dopo la scadenza, stessa cosa per la pasta. Possono rappresentare invece un’eccezione le uova che è preferibile consumare non oltre una settimana dopo la data di scadenza indicata sulla confezione.

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