Ci siamo lasciate qualche giorno fa a Bassano, alle distillerie Nardini, ci ritroviamo ora a Torino per continuare la nostra perlustrazione dei locali che hanno fatto, a modo loro, la storia d’Italia. Qui il Caffè Mulassano condensa fascino e storia in soli 30 metri quadrati. Nato nel 1907 per mano di Amilcare Mulassano, il caffè fu poi acquistato nel 1925 da Angela e Onorio Nebiolo, due emigranti ritornati in Italia dagli Stati Uniti ai quali si deve l’invenzione di una delle cose più buone del mondo, quel gustoso e veloce spuntino che qualche anno dopo D’Annunzio battezzò “tramezzino” e di cui oggi il caffè propone quaranta gusti diversi. Nel 1938 i Nebiolo vendettero il locale che, a seguito della guerra, conobbe un periodo di declino. Restaurato nel 1978 e poi nel 2010, nell’originario stile liberty – tutto specchi, bronzi, marmi, boiseries e ottone – è tornato a essere un simbolo di Torino.

Se Milano è una città “da bere”, patria riconosciuta dell’aperitivo, è anche e soprattutto responsabilità del Camparino. Fondato nel 1915 da Davide Campari e dotato di un innovativo sistema di mescita che garantiva un flusso continuo di seltz direttamente dagli scantinati – così da offrire ai clienti un Campari e soda perfetto – da subito divenne il fulcro della vita milanese e vettore delle novità che arrivavano dall’Europa, a partire dall’Art Nouveau che il Camparino fece propria, sfoggiando negli arredi intarsi e geometrie tipiche del liberty. Diventato Caffè Miani a metà degli anni Venti, a seguito della cessione della licenza del Caffè Zucca da parte dei Campari a Guglielmo Miani, è tornato a essere il Camparino all’inizio degli anni Ottanta, grazie a un accordo con la società Davide Campari (accordo decaduto nel 1996, ma rinnovato nel 2012).

Torino, Caffè Mulassano
Torino, i mitici tramezzini del Caffè Mulassano
Milano, Camparino
Firenze, Caffè Gilli
Firenze, Le Giubbe Rosse
Napoli, Gran Caffè Gambrinus

La prossima tappa è Firenze dove, su piazza Repubblica, affaccia la “trinità” dei locali storici. Qualcuno forse ricorderà American girl in Italy 1951 una foto di Ruth Orkin nella quale si vede una bella ragazza attraversare un marciapiede davanti a un bar, attirando le attenzioni di un gruppo di giovanotti: quel bar è il Caffè Gilli. Fondato nel 1733 dalla famiglia svizzera Gilli, apre dapprima in via de’ Calzaiuoli col nome “La Bottega Dei Pani Dolci” per poi spostarsi nella seconda metà dell’Ottocento in via degli Speziali e infine in piazza della Repubblica. Frequentato da intellettuali e letterati, dal dopoguerra in poi diviene luogo d’incontro esclusivo dei giovani fiorentini e dei primi turisti che iniziano a frequentare la città. Oggi il locale conserva il suo tipico stile liberty con le pareti color avorio, i lampadari di Murano, il soffitto affrescato, gli archi e, incastonato nel frontone della grande vetrata che divide la sala da tè e il bar, l’orologio più famoso della città. Durante il periodo di Carnevale, da Gilli è d’obbligo assaggiare la famosa schiacciata alla fiorentina farcita di crema Chantilly. A pochi metri dal Gilli, si trova invece il Caffè Concerto Paszkowski. Nato nel 1846 come birreria, divenne presto un Caffè Concerto nel quale si esibiva la banda Paszkowski e, cosa bizzarra per l’epoca, un’orchestra tutta al femminile. Durante il primo dopoguerra la sua vocazione musicale ha virato verso il cabaret, e oggi l’offerta musicale è decisamente più trasversale: non solo concerti ma anche dj-set. Dall’altra parte di piazza della Repubblica si trova invece Le Giubbe Rosse. Fondato nel 1827, prende il nome dagli abiti che indossavano i camerieri. Nei primi anni del Novecento fu ritrovo di molti intellettuali, in special modo dei futuristi. Sulle sue pareti fanno ancora oggi bella mostra quadri futuristi e neo-futuristi, foto, disegni e memorie dei suoi celebri frequentatori.

Concludiamo con un doveroso salto al Sud e precisamente a Napoli. Suonerà strano, ma il più famoso caffè letterario della città, patria del caffè per antonomasia, porta il nome del leggendario inventore… della birra: il Gran Caffè Gambrinus. Fondato nel 1860 in piazza Plebiscito, con il semplice nome di Gran Caffè, divenne in breve il salotto della città e, per decreto reale, “Fornitore della Real Casa”. Chiuso nel 1885, nel 1890 Mariano Vacca (proprietario del Caffè d’Europa nell’adiacente via Chiaia), prese in affitto i locali affidandone la ristrutturazione all’architetto Antonio Curri: marmi, stucchi, bassorilievi, tappezzerie e affreschi resero il caffè – ribattezzato “Gran Caffè Gambrinus”, in nome, appunto, del leggendario re delle Fiandre inventore della birra – una vera e propria galleria d’arte e tappa obbligata per chiunque visitasse la città. Ai suoi tavoli – oltre agli ovvi autoctoni Benedetto Croce, i De Filippo, Totò, Murolo, Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao – si sono accomodati Gabriele D’Annunzio, Oscar Wilde, Ernest Hemingway, Jean Paul Sartre, e tanti altri. Ritenuto un covo antifascista, fu chiuso nel 1938 e i locali ceduti in fitto al Banco di Napoli e ad alcune ditte commerciali. Agli inizi degli anni Settanta, Michele Sergio – l’attuale proprietario – ne ha recuperato le sale con un restauro attento e filologico che ha riportato il Gambrinus agli antichi fasti.

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