Disclaimer: questa è un’intervista ad alto tasso di girlitude. Se, infatti, dovessimo dare un volto all’attitudine tutta femminile da cui prende nome il nostro blogazine, probabilmente non ne potremmo trovare uno più adatto di quello sorridente di Sara Porro. Trentenne, dotata di un inossidabile senso dell’umorismo, Sara è una scrittrice e giornalista di talento che spazia dall’attualità al food writing. Il suo primo libro, scritto a quattro mani con Joe Bastianich, – Giuseppino. Da New York all’Italia: storia del mio ritorno a casa – ha appena vinto il Premio Bancarella della Cucina 2015, mentre il secondo è già in cantiere e uscirà nel 2016. Non paga di tutto ciò, con Sauce Milan fa scoprire Milano agli stranieri in visita in città. 

Ti definisci “food writer della crisi”. Come mai?

Qualche anno fa, quando avevo cominciato a scrivere da poco, una nota giornalista di settore mi presentò ai colleghi dicendo: “Ah, ma dovete sapere cosa si è inventata Sara! In un mondo in cui tutti corrono a recensire il ristorante stellato, lei scrive, pensate un po’, di trattorie cinesi e merendine del supermercato!”. Lei l’aveva considerata una posizione di principio, ovviamente invece era una questione di mezzi limitati – scrivevo del cibo che mi potevo permettere di mangiare. Trovai il fraintendimento di fondo piuttosto comico, e così nacque la mia auto-definizione di “food writer della crisi”.

Ti seguo da qualche anno e mi sembra di capire che la scrittura sia diventata per te una professione gradualmente. Ci racconti il tuo percorso?

Ho cominciato a scrivere per Dissapore nel 2010, il direttore si era talmente stancato dei miei lunghissimi commenti polemici ai post da dirmi, un giorno: “Senti, ma allora scrivici qualcosa tu”. Per un paio d’anni è stato soltanto un hobby, e continuavo il mio lavoro di ufficio stampa; poi sono arrivate le prime collaborazioni importanti, La Repubblica e poi Amica. Poi ho cominciato a raccontare l’Italia in inglese, prima su Fine Dining Lovers e poi su Food Republic, e a questo sono seguiti i libri.

La passione per il cibo da dove nasce: tradizione familiare, vocazione personale?

Un po’ tutte e due le cose, i miei genitori erano entrambi insegnanti delle scuole superiori, ma quando si concedevano un piccolo lusso era sempre un pranzo in un buon ristorante. Sono cresciuta con l’idea che andare a mangiare fuori fosse il massimo dei piaceri della vita. Lo penso tuttora.

Sei una gourmand vegetariana, a dimostrazione del fatto (se ce ne fosse ancora bisogno) che vegetariano/vegano non significa necessariamente aderire a uno stile alimentare punitivo. Quando e come ha preso forma questa decisione?

Sono diventata vegetariana (per davvero, perché adesso lo sono per finta: mangio pesce, anche se continuo a non mangiare carne) a 16 anni. I miei la consideravano la classica ribellione adolescenziale, a loro discolpa fu in concomitanza con alcuni piercing effettivamente poco saggi. Invece è durata!

Il tuo primo libro, Giuseppino, è nato dalla collaborazione con Joe Bastianich. Te lo avranno già chiesto ennemila persone e nemmeno noi ci sottraiamo: come è stato lavorare con Joe e come è nata l’idea del libro?

Joe dice spesso che se non avessimo avuto un legame personale questo libro non sarebbe mai esistito: mi ha chiesto di raccontare la storia della sua famiglia perché siamo amici, e quindi parlare a cuore aperto ci viene naturale. Considero un grande privilegio avere avuto la possibilità di raccontare questa storia.

Mi sembra difficilissimo scrivere dovendo raccontare qualcun altro, mettendosi nei suoi panni. Che tipo di rapporto si instaura in questo caso con l’altro?

Trovo anche io che sia molto difficile: bisogna cercare di preservare la voce di un altro, senza sovrapporla alla propria. Nel nostro caso, la lingua ha reso le cose ancor più complicate: all’inizio ho insistito con Joe perché parlassimo in italiano – non volevo che il libro sembrasse “tradotto”. Poi mi sono resa conto che ogni volta che il racconto entrava nel vivo a Joe veniva naturale passare all’inglese – anche se parla bene l’italiano, quando racconta qualcosa che gli sta a cuore lo fa in inglese. Una volta si è interrotto a metà della frase e mi ha detto: “That’s deep. Mi sembra di essere dall’analista”.

Anche io come te ho sperato a lungo che il chevice diventasse il nuovo sushi. Per ora mi sembra che siamo ben lontane dalla meta. Ma so che sei stata in Perù quest’estate e che racconterai il tuo viaggio in un libro. Ci puoi anticipare qualcosa?

Porta pazienza! Il ceviche sta arrivando, me lo sento. Ero decisa a visitare il Perù perché convinta che fosse la storia più interessante da raccontare nel mondo del cibo in questo momento, ma quando poi ci sono andata il paese ha superato le mie più rosee aspettative: una natura incredibile, arte e città straordinarie, un popolo accogliente. E soprattutto, ceviche a badilate! Se poi la mettiamo sull’autopromozione senza vergogna: il libro uscirà nella primavera del prossimo anno per la collana AllaCarta della casa editrice EDT.

Sei uno dei fondatori del sito Sauce Milan. Una sorta di bussola enogastronomica per gli stranieri in visita a Milano con suggerimenti, recensioni e anche la possibilità di partecipare a tour organizzati da voi. Com’è nata l’idea? Che Milano fate vedere ai turisti? C’è qualcosa che li stupisce, che non si aspettano di trovare?

Quei fastidiosi libri di self help che dovrebbero spiegarti come condurre la tua vita dicono sempre: fa’ ciò che fai. Come dire: trasforma la tua passione, quello che fai già sempre, in un lavoro. E quello che io amo fare è portare gli amici che vengono a trovarmi a zonzo per la mia città, facendo loro scoprire i miei posti del cuore. Da lì a creare un sito di consigli e un’attività di food tour il passo è stato breve. Scegliamo i posti di Milano che amiamo di più, e che frequentiamo più spesso. Ai nostri ospiti Milano in genere piace moltissimo – anche se molti di loro avevano sentito i pregiudizi sulla città, sul fatto che sarebbe grigia, noiosa e bruttarella. Niente di più falso!

Tornando alle tue passioni culinarie, quali sono? Che tipo di cucina ti piace?

La mia cucina preferita è il piatto che di volta in volta mi trovo di fronte – amo moltissimo ogni genere di cibo. Dovendo proprio scegliere: adoro i dolci, la pizza, il sushi.

Cosa non manca mai nella tua dispensa?

Tutto l’occorrente per un risotto: brodo vegetale – che faccio e surgelo, come le vere massaie -, burro, zafferano in pistilli, cipolle. E una bottiglia di vino bianco, per cucinare, certo (ehm).

Il tuo comfort food?

Il gelato, in ogni stagione.

Un ristorante del cuore?

Il Ratanà di Milano.

Sei una lettrice vorace. Ti chiedo di salutarci con qualche suggerimento di lettura a tema food e non solo.

Mi autodenuncio dicendo che molto di ciò che scrivo viene da quello che ho imparato sui libri di Michael Pollan, in particolare Il Dilemma dell’Onnivoro e Cotto. E lo so, arrivo tardi, ma quest’estate, complici le lunghissime percorrenze sui bus peruviani, ho letto quasi tutto Emmanuel Carrère, soprattutto L’Avversario e Limonov.

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