Continuano gli appuntamenti del nostro pazzo pazzo Bookclub. Questa volta abbiamo importunato Marco Rossari. Scrittore e traduttore, Marco scrive per Rivista Studio e IL (Idee e Lifestyle del Sole 24 Ore). Ha tradotto per Einaudi, Adelphi, Mondadori, Neri Pozza, Isbn e tanti altri. Il suo ultimo libro si intitola L’unico scrittore buono è quello morto  (edizioni e/o). Su Twitter lo trovate qui: @marco_rossari.

Dove leggi solitamente?

Vorrei dirti dappertutto, ma quando mai leggiamo dappertutto? E soprattutto dov’è dappertutto? Leggiamo forse mentre guidiamo? Sì, con gli audiolibri. Leggiamo mentre giochiamo a calcio? In effetti, sì: il trequartista bravo sa “leggere” la partita. Leggiamo mentre mangiamo? Be’, sì: i quattro salti in padella non sono per nulla semplici da preparare, checché se ne dica. Quindi leggiamo dappertutto, va bene. E io non faccio eccezione. A letto, in coda alle Poste, a volte perfino seduto in biblioteca.

Quando? C’è un momento della giornata che preferisci?

Mi piace leggere tra la sveglia e il tramonto, tra l’alba e la notte, tra il primo raggio di sole e il raggio verde, tra il lusco e il brusco. Non so. Il libro è sempre lì. A volte prendo un libro a caso dagli scaffali e leggo una pagina. Mi rilassa. Mi piace estrarre, non seguire più il flusso, non essere governato dalla volontà dello scrittore. Spesso leggo poesie ad alta voce, quando i signori in camice bianco si dimenticano di darmi la pastiglietta.

C’è qualche rituale legato alla lettura che “applichi” fedelmente?

Di solito mi faccio il segno della croce e prego che quel libro non mi cambi la vita.

Come influisce il tuo lavoro sul modo in cui leggi? Mi spiego meglio, il fatto di leggere anche per lavoro in che tipo di lettore ti ha trasformato, ammesso che esistano “tipi di lettori”?

Be’, sì. Leggere per lavoro ti cambia. Non credo che una pornodiva abbia più la stessa naturalezza, quando torna a casa la sera dal marito. C’è un po’ di saturazione. Ma sai cosa? A volte la scintilla torna quella dei primi tempi. Torna a casa e vede una certa luce negli occhi del marito e si dimentica di tutto. Allora si prendono per mano, entrano in camera da letto e finalmente aprono un libro. Leggere insieme è la seconda cosa più intima che si possa fare in due, credo.

Immagino che tu, per via del tuo lavoro, legga molto e spesso anche più libri contemporaneamente, come scegli i libri del tuo tempo libero? C’è una sorta di percorso di lettura o sei un lettore randomico?

Ossessivo, casuale, attento, analitico, goloso. A volte mi basta una bella copertina, nonostante quelle italiane siano governate da una pigrizia iconografica senza pari. L’editore è sempre più forte del libro, mentre se guardi quelle americane spesso non c’è manco il nome di chi pubblica in copertina. Ora, io adoro il bianco Einaudi di Munari, adoro Munari, adoro Einaudi, però non se ne può più.

E i libri su cui stai lavorando orientano le tue scelte (cosa leggere e cosa no in quel momento)? Per esempio, se stai traducendo un romanzo eviti opere di narrativa e preferisci la saggistica?

No, non cambia granché. A volte leggo cose che hanno a che fare con il libro su cui sto lavorando o con l’articolo che sto scrivendo, ma di libri in corso di lettura ce ne sono sempre tanti. Pure troppi.

Che tipo di rapporto si instaura con un libro che hai tradotto e con il suo autore?

È uno strano corpo a corpo. Potrei dirti che senti lo stato d’animo dello scrittore attraverso le parole, ma sarebbe esagerato. Di sicuro è una lettura al cubo, molto intima, speciale. Se lo scrittore ha una sensibilità affine alla mia, è probabile che finisca con l’influenzarmi. Ho amato molto un autore che si chiama Percival Everett e credo che ci sia la sua impronta nell’ultimo libro che ho pubblicato. O forse è un’idea mia, anche perché non se n’è accorto proprio nessuno. Adesso sto traducendo Dickens e mentre lavoro mi capita di ridere da solo, e mi succede di commuovermi un poco a pensare al lunghissimo viaggio che hanno fatto le sue parole per arrivare fino a quella mia risata da solo in biblioteca, come se la manus di un classico sia così longa da potermi fare il solletico.

Cosa stai leggendo adesso?

Le tue domande. Le mie risposte. Poi, ogni tanto il tempo di cottura dei quattro salti in padella. Però vorrei tornare a leggere al più presto Delhi di Rana Dasgupta (Feltrinelli), che ho iniziato un minuto fa.

A cosa stai lavorando in questo momento?

In questo esatto momento sto lavorando a una lettura tratta da Pier Vittorio Tondelli insieme a un dj. Leggere dal vivo è un altro interessante attraversamento dei testi altrui, come la traduzione. Mi chiedono di farlo, talvolta. Non so perché. Qualcuno mi ha detto che sono un bravo performer e non credo che mi volesse fare un complimento.

Qualche mese fa hai scritto un bellissimo pezzo su Milano per IL  e più di recente hai dato il tuo contributo a Re/search Milano, una guida alternativa di Milano a cura di Agenzia X. Sembra una vera storia d’amore quella che intrattieni con la città, sbaglio?

Grazie. È stato buffo, perché prima di scrivere quel pezzo, non mi ero reso conto di avere un rapporto così viscerale con la città, a riprova che anche la scrittura su commissione (forse soprattutto quella) ti aiuta a essere libero, a scrivere pensando meno a certe ambizioni inutili, tanto che in seguito di getto ho buttato giù diverse prose su Milano. Ora le lascio lì a riposare un po’, poi vedremo cosa ne esce.

Sei traduttore ma anche scrittore, quanto dobbiamo aspettare per vedere un tuo nuovo libro?

Non saprei. Spero un anno o due. Forse di più, forse di meno, forse molto di più, forse molto di meno. Forse mai, forse sempre e per sempre. La senti questa parola, “forse”? Ha un suono strisciante, insinuante, irritante, vago, soporfiero. Forse.

Infine, i tuoi suggerimenti di lettura: nuove uscite, grandi classici, saggistica. Fai tu. Ci fidiamo.

Non saprei da che parte cominciare. Vorrei che tutti leggessero un vecchio libro Minimum Fax che si intitola Ad avere occhi per vedere. L’ha scritto un certo Leonardo Pica Ciamarra e poi non ha più tirato fuori niente. Anzi, siccome probabilmente da bravo scrittore si gugola, possiamo chiederglielo: ehi Leonardo, perché non scrivi qualcos’altro?

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