“Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”, cantava Caterina Caselli quando ho iniziato ad appasionarmi di musica. È stato talmente tanto tempo fa che sembra quasi una vita precedente, ma la famosa strofa di ‘casco d’oro’ sembra perfetta per iniziare questa confessione. Alcune storie sono più belle se le si legge mettendo da parte il proprio moralismo da benpensanti, anche solo per un momento.

Ho chiesto alla redazione di Girlitude di poter raccontare la mia e quella di tante altre come me, non tanto per un tardivo desiderio di fama (i miei celebri amanti capitati qui per caso possono tirare un sospiro di sollievo), quanto piuttosto per lo sfizio di metterlo una buona volta per iscritto. Scrivendola, la mia esperienza forse potrà finalmente risembrare realtà e non una fantasia del passato. Dopotutto, abbiamo fatto parte della storia della musica, che era il primo e principale motivo per cui ci trovavamo lì. Anzi, se qualcuno ha potuto scrivere la storia del rock è stato anche per il fatto che noi ci ricordavamo qualcosa. Vi siamo entrate per sempre a pieno titolo grazie a tutte le canzoni dedicate a noi, che fanno da colonna sonora a questo post.

Nulla potrebbe trasparire dal mio aspetto attuale da distinta signora in carriera se non forse per una certa vezzosa eleganza. In questi anni ho messo tutto da parte, dividendo il mio tempo tra un lavoro soddisfacente ed una famiglia solida e felice. Eppure è bastato un vecchio pezzo, passato per caso alla radio mentre eravamo in macchina, per ricordarmi di quando quella musica non era un semplice sottofondo, ma la mia unica ragione di vita.

Care lettrici, se non l’avete ancora capito io sono una groupie. Uso il presente perché il primo backstage varcato è irreparabile: non puoi smettere di esserlo. Nemmeno a decenni di distanza, quando ti scende una lacrima guardando fuori dal finestrino perché tuo marito ha appena abbassato il volume della radio dicendo “cos’è questa schifezza?” In quel momento non puoi fare a meno di domandarti perché tu non gli abbia fatto un test di cultura musicale prima di sposarlo.

Essere una groupie non voleva dire soltanto andare a letto con musicisti famosi, c’era anche tutto il resto nel mezzo, tutto quello che dovevi fare per arrivarci e tutto quello che hai fatto dopo che ci sei arrivata. Questo ruolo oggi non esiste più: rischia di essere confuso con quello della fan in preda ad attacchi di isteria alla vista del suo beniamino oppure con quello della stalker ossessivamente appostata per perseguitare la propria vittima. Ma non era così patologico. Ci voleva una buona dose di cervello per non venire spazzate via dalle sostanze stupefacenti, dalle nuove arrivate e dai cali di notorietà, come è successo a molte ragazze che ci hanno provato.

Si, perché quello che fino a qualche anno prima era il gruppo più in voga dell’universo poteva sciogliersi in un attimo piantandoti in asso. Nel migliore dei casi la nostra carriera era destinata a decollare e a spegnersi nell’arco di una decade. Le più sveglie si sono date da fare, hanno imparato mestieri spendibili nel mondo dei concerti, scritto memorie degli anni d’oro della musica oppure hanno ripreso gli studi e le loro vite di sempre. Insomma qualsiasi cosa che fosse inseribile in un curriculum oltre a una decina di nomi di cantanti famosi.

Una vera groupie era colei che univa ingenuità e spensieratezza della gioventù al sangue freddo e al savoir faire di una moderna geisha, l’edonismo e la sensualità della ninfa alla profondità intellettuale della musa. Il tutto senza darlo a vedere, perché le rockstar non amano ammettere a sé stesse di essere circondate da donne più intelligenti di loro. Questo, a mio avviso, è il vero motivo per cui sono pressoché inesistenti i groupie maschi al seguito di band femminili. Durante la mia carriera ho conosciuto donne che avrebbero potuto tranquillamente diventare delle dive e stare al centro dell’attenzione, ma hanno voluto gestire il difficile ruolo di groupie e rimanere in disparte, sempre a disposizione per quando c’era più bisogno di loro. Anche se la maggior parte di esse è scivolata nell’oblio come me, ce ne sono alcune che hanno scritto libri e articoli di giornale, tenuto corsi di studi di genere, recitato in film, fondato gruppi musicali e vissuto una vita piena e soddisfacente.

Volete un paio di esempi? Tura Satana è la modella, attrice e ballerina di burlesque che rifiutò la proposta di matrimonio di un giovane e promettente Elvis Aaron Presley, ma al quale pare avesse insegnato giusto un paio di mosse di ballo che di lì a poco sedussero il mondo. Pamela Des Barres ha invece scritto un libro, tradotto anche in italiano con il titolo ‘Io sto con la band’, in cui racconta gli eccessi, i sogni e i retroscena del rock anni Sessanta e Settanta, durante i quali oltre alle memorie ha accumulato una considerevole collezione di cimeli. Quando non scrive libri e non vende chitarre usate da Jimmy Page, Pamela celebra matrimoni con un rito del tutto particolare: citando strofe di canzoni. Poi ci sarebbe Cynthia Plastercaster e la sua serie di calchi di gesso anatomici di parti intime di divi del rock, realizzati magistralmente tra un festival e l’altro. Ma potrei continuare a lungo con questo elenco.

Lo so, non ho ancora parlato della mia storia, ma in fondo eravamo tutte parte della stessa grande passione. Non saprei nemmeno dire da dove sia cominciata, se ci fossero chiari segni premonitori come le litigate con mia sorella per decidere a chi spettasse abbracciare il nostro primo televisore quando trasmetteva immagini dei Beatles. La prima volta che ho distratto la security con una scusa e sono riuscita a sgattaiolare nel back stage di un concerto è stata però indimenticabile.

Indossavo una gonna di velluto blu scuro, tagliata maldestramente fino alla lunghezza di una mini, e una camicetta che, per quanto scollatissima, rispetto a quelle di oggi lasciava ancora molto spazio all’immaginazione. La stanza semibuia era illuminata dalla luce tenue delle lavalamp e di alcuni candelabri, che proiettavano strani giochi sulle tende a motivi paisley. Da fuori mi giungeva ancora il chiacchiericcio della folla che andava disperdendosi dopo il concerto, là dove probabilmente mia cugina mi stava cercando ovunque senza capire dove mi fossi cacciata. Nell’altra stanza si udivano scoppi di risa e qualche nota strimpellata su una chitarra ormai scordata per i troppi a soli.  Sospettai di stramazzare al suolo da un momento all’altro per un malore dato che non avevo mai avuto un battito cardiaco così serrato. Stavo per fare dietro-front e tornare alla mia banale esistenza di comune fan quando lui apparve, stordendomi con la sua voce profonda.

“What you’re up to, Foxy Lady?”

Luisa O.

 

Se vuoi continuare a leggere di concerti e musica, però suonata dalle donne, continua a leggere i nostri consigli per i concerti in rosa da non perdere.

Memorie di una groupie
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Redazione

Una redazione guidata da donne che amano i libri, la musica, i viaggi e la creatività. Qui raccontiamo storie, progetti, desideri e visioni delle donne che incontriamo.

4 commenti

  1. Manlio

    Grazie, grazie, grazie! Per la verita’ fuori dalle ipocrisie dilaganti e ormai endemiche, per i link stupendi ai sommi e unici rolling Stones, Pink Floyd e tutto il resto. Sono uomo, ma se fossi stato donna avrei fatto lo stesso! Sei un grande! E al diavolo chi odia la musica! Tutti depressi quelli che…”abbassa perche’ mi disturba”!…
    Manlio

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    • Olivia

      Siiii bellissimo!!! Grazie fantastica groupie!! ..il test musicale x futuri/eventuali mariti e’ una ottima idea :))
      …la Musica è Vita vera senza ipocrisia e chi non la condivide appartiene ad una altra galassia di pensiero!

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  2. Maxym

    Ah cara Groupie, la tua tristezza in macchina mentre tuo marito abbassa la musica mi ricorda il senso di solitudine quando un giorno in classe, coi miei compagni 16enni (1998), alla domanda del professore “che musica ascoltate?” fui l’unica che con voce timida -tra i mille nomi dei gruppi di allora- disse “a me piacciono i Traffic”. I compagni mi guardavano come se non fossi sul pezzo delle mode attuali, il professore invece come se la mia età non fosse degna di tale risposta. Mi guardavano tutti come un’aliena … “Dear Mr. Fantasy” mi riporta ancora a quel momento, al momento in cui ho capito che ero nata in un’epoca sbagliata.

    Un sincero abbraccio.

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