Oggi su Girli-Tales riportiamo la testimonianza di Martina Rivizzigno, giovane studentessa di ingegneria, che per un anno si è spinta nella lontana Cina, confrontandosi con una realtà e una vita radicalmente diversa da quella delle università italiane. Ma prima di passare al suo racconto, la redazione di Girlitude si è ricordata delle proprie esperienze internazionali e ha stilato le dieci regole d’oro per lo studio all’estero. Ovviamente divise tra madri e figlie, perché sappiamo bene quanto possa essere difficile per qualcuna pensare alla propria bambina, non importa che età abbia, da sola a migliaia (anche centinaia bastano) di chilometri di distanza.

FIGLIE

Dopo anni è giunto il momento che tanto aspettavate, potete finalmente trascorrere un periodo di studi in terra straniera, respirare aria nuova, frequentare ambienti stimolanti, assaporare cibi inediti e fare nuove conoscenze parlando una lingua che non è la vostra. Siete euforiche! Ma ora che i vostri sogni si stanno concretizzando c’è un momento in cui vi chiedete perché non siete rimaste tranquillamente alla vostra vita di sempre e alle amicizie consolidate. Oddio. E adesso cosa faccio? Continuate a leggere.

Da rivedere prima di partire

Da vedere (o rivedere) prima di partire

1. Leggere, informarsi, prepararsi, adattarsi.

La prima regola è ovviamente documentarsi, avere una prima seppur vaga idea della società in cui si andrà ad abitare, dei suoi usi e costumi. A meno che voi non siate delle novelle Tomb Raider siate modeste e obiettive riguardo al vostro spirito di avventura e ammettete che avete molto da imparare.

2. Ipocondriaca avvisata mezza salvata.

Meglio sapere in anticipo come comportarsi in caso di problemi di salute, registrandosi presso un medico locale in caso di soggiorno prolungato e imparando qualche semplice parola per comunicare i propri malanni al paziente farmacista di turno. Un trucco da usare quando la scorta di medicinali finisce è portarsi la confezione sul posto o ricordarsi il nome del principio attivo.

3. Sicure di viaggiare.

Oltre ai normali accorgimenti come fotocopiare i propri documenti ed evitare di sovraccaricarsi di oggetti di valore, è il caso di essere al corrente della situazione in cui vi troverete a vivere. Non c’è bisogno di chiudersi in casa e di essere paranoiche, ma conoscere le zone da evitare e i numeri d’emergenza oltre che muoversi in gruppo sono ottimi accorgimenti.

4. Comportati come i nativi.

Come dice un proverbio inglese “when in Rome, do as the Romans do” cioè confondersi con la popolazione locale è il modo migliore per imparare la lingua e gli usi del posto. Alla lunga frequentare solo il gruppetto di studenti stranieri con cui dividerete le ore di studio può diventare claustrofobico.

5. Don’t be a stranger! Fatti sentire.

Per quanto l’inebriante aria di libertà vi darà assuefazione, ogni tanto mandate segni di vita ai vostri familiari e conoscenti. Oltre a salvarvi dalle agenzie di investigazione internazionali potrà anche lenire la mancanza dalla madrepatria ed evitare di perdere troppo il contatto con gli amici (fondamentale per quando tornerete in patria).

MADRI

Sembrava ieri che le cambiavate il pannolino e ora parte per l’altro emisfero. È ora di ammetterlo, vostra figlia è diventata grande, si appresta a fare esperienze che per la vostra generazione non erano alla portata di tutti e di un biglietto low-cost. Fiera della sua borsa di studio, del suo senso d’intraprendenza e della sua emancipazione, con una punta d’orgoglio avete raccontato tutto a tutte le vostre amiche, ma ora che ha varcato la frontiera vi chiedete perché mai avete deciso di farle continuare gli studi quando avrebbe potuto maritarsi presto e riempirvi la casa di nipotini. OddioE se si fidanzasse con un forestiero? Continuate a leggere, ovviamente questi consigli valgono anche per i padri.

Photo credits Diane Ferrer

Photo credits Diane Ferrer

1. Niente panico.

No, agitarsi non aiuta a preparare le valige. Cercate di non stressarvi né stressare più del necessario con picchi di emotività. Mantenere la calma in casi del genere aiuterà voi ad affrontare al meglio la situazione, lasciando a vostra figlia un buon ricordo della partenza e non quello di una fuga da Alcatraz.

2. Fidati della tua prole.

Studi dimostrano che il patrimonio genetico incide solo su circa il 20% della persona, il resto è dato dal modo in cui siamo stati cresciuti e dall’ambiente esterno. Il che vuol dire che se avete avuto a che fare con vostra figlia fino a questo momento le avrete già insegnato molto, quindi non è il caso di credere di punto in bianco che non sia in grado di badare a sé stessa.

3. Ciò che non l’ammazza, la fortifica.

Senza arrivare a casi troppo drammatici, affrontare difficoltà tende a renderci un po’ più forti, trovarci di fronte a situazioni inedite e a ostacoli da superare è quello che rende adulte le persone, naturalmente oltre alle tasse e alla calvizie.

4. Imparate a usare i devices*, ogni tanto.

Se non siete abili fruitrici della tecnologia (e in tal caso non mi spiego come siate arrivate a questo sito) è ora di diventarlo. Skype e ormai molte altre applicazioni consentono videochiamate di buona qualità da un continente all’altro. Il fatto che lo consentano non autorizza automaticamente a chiamare in qualsiasi ora del giorno e della notte o ad allertare le autorità competenti se non ottenete subito risposta.

[*dispositivi digitali, come gli smarthphone]

5. Combatti la sindrome da nido vuoto.

Probabilmente siete già al corrente dei consigli dati finora, ma alla realtà dei fatti uno strisciante senso di solitudine si è fatto strada nella vostra corazza di moderna mamma modello. Non importa se vostra figlia viveva già da sola da prima di partire, sapere che è lontana vi rende più indifese. L’unica soluzione è quella di darsi da fare per tenersi impegnate: che sia l’alpinismo, il bridge, la lettura, lo yoga o, perché no, arrotondare affittando il nido vuoto a qualche studentessa straniera. Anche lei, da qualche parte, avrà una madre che si domanda se indossa la maglia di lana.

Dopo i consigli passiamo alla testimonianza di Martina Rivizzigno, studentessa di ingegneria delle telecomunicazioni al Politecnico di Milano, che non si è accontentata di una qualsiasi esperienza di studio all’estero, ma ha deciso di vivere per un anno intero nella lontana Cina.

martina

Ho fatto domanda per il progetto Politong a gennaio del mio primo anno di università. Quando è uscita finalmente la graduatoria ero a lezione di algebra e geometria lineare. Sono uscita per esultare e chiamare i miei genitori. Papà come al solito ha detto “se sei felice tu, sono felice anch’io”. La mamma invece è più quella che si lascia andare alle emozioni: “ma quindi parti?”. Erano felici che avessi voglia di partire e andare all’estero. Credo che mia mamma lo dica a chiunque. Tra i miei amici e compagni di corso non ha provato nessuno, tutti mi hanno dato della pazza.

L’arrivo a Shanghai è stato traumatico, abbiamo preso un taxi quasi senza sapere una parola di cinese. I tassisti non sapevano raggiungere il campus perché è molto fuori città, quindi si sono persi. Una volta arrivati al grandissimo campus nessuno sapeva dov’era il nostro edificio, alla reception non c’era nessuno che parlasse inglese e non sapevano nemmeno che stessimo arrivando. Allora sono ripartita con altri due ragazzi verso la città a cercare la nostra responsabile e a chiedere informazioni. Il primo pasto in mensa è stato altrettanto traumatico. C’era un grande bancone, tante piccole file e la stessa scelta di piatti per tutti. Per gli studenti cinesi la prassi è indicare cosa si vuole alle addette, che mettono il cibo su un vassoio di metallo con tanti scompartimenti. È un posto molto triste con tavolino bianchi… sembra vagamente un obitorio. Con il passare del tempo ci siamo abituati, iniziando ad esplorare e a capire dove mangiare. Abbiamo perfino dato nomi buffi ai ristoranti del campus, per noi erano ‘Lo Zozzo’ e ‘Lo Scarafaggio’. Il cibo non è un grosso problema in realtà, in Italia faccio molte storie e là non ho assolutamente avuto problemi neanche dal punto di vista della salute.

I dormitori del campus

I dormitori del campus

È una vita molto spartana. Avevamo stanze molto piccole e molto sporche perché è quello che la Cina offre per gli studenti. Il grosso guaio è che in università a Shanghai non c’è il riscaldamento, ma un ragazzo che c’era stato due anni fa ci aveva messi in guardia e siamo partiti con valige invernali. In realtà il nostro era un albergo, i dormitori dei ragazzi cinesi non hanno il bagno in camera che invece offrono agli stranieri. Credo che alle segreterie sia chiaro che abbiamo altri standard. Sanno che ci aspettiamo un bagno a disposizione e che abbiamo un’idea dell’igiene personale molto diversa dalla loro. Per esempio un ragazzo che è venuto con noi in viaggio si è portato un solo paio di pantaloni con cui è andato in giro e ha dormito per un intero mese di vacanza. Ci si fa l’abitudine, gli odori in Cina sono molto più forti. L’esalazione della città è completamente diversa da quello che c’è a Milano perché cucinare per strada è pratica comune.

In compenso le strutture scolastiche del campus sono fantastiche: le classi sono spaziose e luminose, c’è sempre posto a sedere per tutti, c’è il computer con la lavagna digitale e il proiettore che funziona sempre. La biblioteca ha quattordici piani, con un sacco di computer e moltissimo spazio. Il campus è una nuova costruzione immersa nel verde, mentre i due edifici dove studiavamo erano collegati da un semicerchio vuoto che aveva tavoli da ping pong e campi da badminton. C’è una pista d’atletica, stanno costruendo la piscina e andare a correre è bellissimo.

Panoramica del campus

Panoramica del campus

Consiglio di partire perché dopo la laurea è offerta l’opportunità di ritornare per uno stage di sei mesi e prendere la laurea cinese. Capire come si lavora e cosa richiedono potrebbe essere molto stimolante. Ci hanno portato a vedere delle industrie e c’è un contatto diretto con la realtà del lavoro. Poi l’opportunità di viaggiare e conoscere un mondo completamente diverso è impagabile.

Durante i mesi di vacanza ho deciso di non tornare in Italia e di viaggiare per l’Asia. Alcuni erano tornati per vedere la propria famiglia e io ho detto “no, via! Vado in giro”.  Ho dei ricordi terribili del primo viaggio perché ero malata ed è stato faticosissimo, ma ne è valsa la pena per il paesaggio. Dopo neanche un mese di università abbiamo deciso di andare in campeggio sulle montagne gialle, a sei ore di pullman da Shangai. Ci avevano detto che era un bel posto da andare a vedere ed è perfino l’ambientazione del film Avatar. Il paesaggio, fatto di pietre verticali, è spettacolare. Si gode un’alba bellissima e nessun inquinamento, sei proprio in mezzo al nulla. A gennaio invece siamo andati a Singapore per risalire attraverso varie tappe: Kuala Lumpur, Penang, Lankaui e Fifi Island in Thailandia.  Abbiamo prenotato solo i voli di andata e di ritorno oltre al primo ostello, scegliendo di volta in volta le tappe successive. Siamo stati anche a Sanya, nel sud della Cina oltre che a Hong Kong e Macao.

Le montagne gialle

Le montagne gialle

Il festival delle lanterne a Shanghai

Il festival delle lanterne a Shanghai

Il mare di Koh Phi Phi in Cambogia

Il mare di Koh Phi Phi in Cambogia

Ora che sono ritornata in Italia mi manca l’indipendenza della Cina perché vivo con i miei genitori. Ho nostalgia della vita in campus, nonostante tutti i limiti alla libertà di movimento c’era sempre molto da fare ed ero costantemente in mezzo ai miei compagni di corso e ai miei amici. Ho imparato a studiare con altre persone e mi manca un po’ il darsi una mano nelle situazioni di tutti i giorni. Lì la solitudine non c’era mai…

 

Se il racconto di Martina vi ha fatto venire voglia di esplorare la Cina continuate a leggere post pubblicati da Chiara Maria Sassu, nostra collaboratrice a Pechino, oppure scoprite il lato futurista e decadente della parte meno cinese della Cina: Hong Kong.

Come affrontare lo studio all’estero
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Redazione

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