Le vedo che passeggiano sole o con le amiche, senza saper scegliere tra la spensieratezza ancora tipica della nostra generazione e la ruga del pensatore che comincia, inevitabile, a farsi strada sulla loro fronte. A cosa pensano le ragazze musulmane (e non solo) di Amsterdam? Quali sono i loro sogni, le loro aspirazioni? Che musica ascoltano? Adorano i cantanti del loro Paese d’origine, di quello dei loro genitori, o fanno indigestione di musica mainstream? A quale donna si ispirano? Qual è il posto dove si sentono più a casa? Ma, soprattutto, si sentono integrate in una città dai mille canali, dalle case storte e strette, dove il sole che conoscono bene fa capolino un giorno sì e cento no? Come se la passano? Voglio saperne di più, voglio dialogare di cose semplici e capire se il mio intuito farà centro anche questa volta.

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Camminare per Bos en Lommer, quartiere multiculturale di Amsterdam, significa fare il giro del mondo in 60 secondi. Palazzoni alti, meno acqua e meno verde rispetto al centro, ma non per questo meno interessante. Questa zona, anni fa considerata off limits per l’alto tasso di criminalità, ha iniziato a svilupparsi a seguito della seconda guerra mondiale e sin da allora ha intrapreso, con fatica ma anche tanta dedizione, un percorso di miglioramento continuo. Basta fermarsi ad osservare la gente che passeggia per le bancarelle della piazza principale per inciampare in culture provenienti da ogni parte del mondo, Turchia e Marocco in cima alla classifica.

Ed eccomi lì, in una mattina d’estate: al collo una Pentax, in mano un quadernino con una lista di domande da fare, in testa tanta voglia di improvvisare e quello che mi sembra essere l’approccio perfetto: “Ciao, parli inglese? Mi chiedevo se potessi rubarti cinque minuti del tuo tempo: scrivo per Girlitude, un blog italiano che parla di donne e alle donne. Al momento sto lavorando su un articolo che tratterà di multiculturalismo. Mi piacerebbe farti qualche domanda su musica, tempo libero, sogni nel cassetto: potrebbe interessarti?” Tanti i no, diversi i non-ho-tempo, qualche scusa-ma-non-parlo-bene-inglese. Inaspettatamente anche tanti , diversi ok-ma-solo-cinque-minuti e addirittura qualche certo-con-piacere. Inizio così il mio viaggio nel mondo senza intraprendere estenuanti traversate: accade tutto lì, nella città più multiculturale d’Europa.

Prima di arrivare a Bos en Lommerplein, piazza del mercato e vero e proprio tripudio di colori e profumi, mi imbatto in Larissa. Luminosa, raggiante, con una cascata di riccioli che le incorniciano il viso: è lei la prima ragazza che decido di intervistare.

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Dice che vive ad Amsterdam da sempre ma ha origini brasiliane. “Di questa città mi piace il rispetto che si ha l’uno verso l’altro. Mi piace vivere qui, condizioni atmosferiche a parte”, mi racconta sfoggiando il suo bellissimo sorriso. Confessa che, nonostante il viavai di turisti, Leidseplein rimane uno dei suoi posti preferiti. “Credo sia uno dei punti più vivaci della città. Se invece voglio rilassarmi passeggio per i canali”, continua. Parliamo di musica (ha una cotta per Ed Sheeran) e di come Beyoncé sia un esempio per tutte le donne che vogliono sentirsi forti, impavide e sicure di sé. Ancor prima che me la nominasse, avevo già notato una certa somiglianza.

Mi saluta con un altro dei suoi bellissimi sorrisi, non prima di avermi confidato che il suo sogno più grande sarebbe quello di laurearsi non una ma due, forse tre volte. La saluto pensando quanto sia bello coltivare le proprie ambizioni: sono il nostro pane quotidiano, è quello che ci dà la forza di guardare avanti, avvicinandoci sempre un po’ di più al nostro obiettivo e al tempo stesso spostando l’asticella dei nostri limiti sempre un po’ più in là. Arrivo alla piazza del mercato e mi perdo tra decine di bancarelle di vestiti, frutta e utensili per la casa. Se non fosse per il vento che tira e l’imponente Blue Tower che sorge alle sue spalle potrei dire di trovarmi in Nord Africa, tra uno yallah (forza!) e uno shukran (grazie!). E invece no: è questo il bello di Amsterdam, crogiolo di oltre 150 culture diverse che spodesta dal trono città quali Londra e Parigi.

Incontro Hajera, timida e dolcissima, che si ferma a parlare come se avesse tutto il tempo di questo mondo. Sceglie le parole con cura, sorride ogni volta che conclude una frase. Nonostante la giornata particolarmente soleggiata sceglie abito e velo nero, sfoggiandolo con disinvoltura come fosse il colore dell’anno.

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Le chiedo quale sia il suo background culturale. Senza esitare mi risponde che è musulmana: è interessante notare come abbia anteposto la religione rispetto al suo Paese d’origine. Viene dall’Afghanistan e vive ad Amsterdam da 10 anni. Le chiedo allora cosa significhi per lei essere musulmana in una città come Amsterdam. Mi risponde che non fa alcuna differenza: “Non mi sono mai sentita discriminata”. Il punto forte della città, infatti, è quello di mescolare così tante culture diverse che ci si amalgama che è una meraviglia. “Se c’è una cosa che però non condivido è questa continua pubblicità alle droghe, è qualcosa che non riesco a concepire. Ma a parte questo, Amsterdam è davvero fantastica: adoro passeggiare per le vie dello shopping vicino a piazza Dam” Scopro che, oltre alla musica del suo Paese, adora quella indiana. “Bollywood e tutto quel mondo lì, ma il mio cantante preferito rimane Shafiq Mureed!

Le prometto che darò un ascolto e, complici i suoi occhi vivaci, ne approfitto per chiederle a chi si ispira. “Sono giovane, ho 22 anni ma sento di non dovermi ispirare a nessuno in particolare: penso che ognuno di noi sia unico e debba fare riferimento solo a se stesso”. Timida ma con le idee chiare. Hajera, ha la testa sulle spalle e un cuore grande. Mi confida di non aspettarsi i miracoli dalla vita: tutto quello che vorrebbe è trovare un buon lavoro, è questo il suo sogno nel cassetto. Ci salutiamo con un sorriso di riconoscenza reciproca.

Vicino al negozio dei fiori fermo Feben, 24 anni, eritrea, trasferitasi ad Amsterdam quand’era piccolina. Ha una faccia simpatica e una parlantina sicura e spedita.

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Mi racconta quanto sia snervante tutta la trafila di documenti, ambasciate, certificazioni per gli extraeuropei che vogliono vivere nella città olandese. “All’inizio è difficile, anche trovare lavoro può essere estenuante ma l’importante è non mollare mai. E poi ci sono i cosiddetti women club dove è più facile conoscere gente come te, del tuo Paese, confrontarti, scambiare opinioni: ti fa sentire integrata nella società, ti fa capire che c’è gente che è sulla tua stessa barca. A parte i primi tempi poi è tutto fantastico: c’è così tanto da fare ad Amsterdam!” Le chiedo dove va quando vuole rilassarsi e mi elenca Erasmus Park e l’Artis Zoo, come se avesse già la risposta pronta. “Ah, anche Primark, il colosso dello shopping made in UK: ce n’è uno a Zandaam!” Dalla mia reazione capisce che ovviamente non me lo sono lasciato scappare e scoppiamo a ridere entrambe. Ci troviamo ancora più in sintonia quando finiamo per parlare di musica: Drake è il suo artista preferito.

“Non sopporto le canzoni dove si finisce per non parlare di niente. Riesco ad immedesimarmi solo se si parla di problemi reali e tangibili, di amore.” La lascio continuare. “Però oltre all’hip-hop e all’R&B ascolto anche un sacco di musica eritrea“. Anche lei nomina Beyoncé come esempio di donna che non ha paura di nulla, che non si lamenta mai e che lavora sodo per ottenere ciò che vuole. Inizio a capire da dove arrivino tutti i milioni di copie vendute e le date sold out di ogni suo tour. Vuole crearsi una famiglia e avere bambini. Vuole viaggiare, Feben. Le sue mete da sogno? L’Italia e in particolare il Vaticano e magari pure Israele. Ho l’impressione che starebbe lì a chiacchierare tutto il pomeriggio. Glielo leggo negli occhi che ha energia da vendere.

Incontro poi Mariam e Fatima. Si considerano entrambe 100% marocchine nonostante siano nate in Olanda. Mariam è la più spigliata delle due, Fatima rimane più in penombra e annuisce con la testa per dare manforte all’amica. Sono così in simbiosi che le loro risposte risultano praticamente identiche: entrambe non tollerano droghe e prostituzione né tutto il corollario di cliché negativi che vengono utilizzati per parlare degli immigrati ad Amsterdam, ma apprezzano il multiculturalismo che si respira. Non troverò mai nessuna che mi dirà che si sente denigrata socialmente: o sono brave a camuffare o evidentemente Amsterdam ospita tutti a braccia aperte. Mariam ama i canali, Fatima le steakhouse. Mariam ascolta musica marocchina e il suo cantante preferito è Rouicha. “Lo ascoltavo quand’ero giovane”, sorrido pensando che ha solo 21 anni.

Fatima dichiara di non ascoltare musica. Zero. Nulla di nulla. So che ci sono persone che non ne sentono il bisogno ma ancora oggi faccio davvero fatica a comprenderlo. Come si può sopravvivere senza musica? Nonostante questo, ne rimango affascinata. La diversità mi fa sempre questo effetto. Mariam mi racconta che ha moltissima stima per le mogli di Maometto: Khadija e Aicha “erano speciali, decisamente meglio della media”. La mia attenzione si sposta nuovamente su Fatima che torna a sorprendermi: “mia mamma è la donna che mi ispira ogni giorno. Non ho dubbi”. E finiamo per parlare di sogni: Fatima finalmente sfoggia un bel sorriso e in tono scherzoso (ma non troppo) mi svela che sogna di andare a vivere in Qatar. Mariam sta allo scherzo ma questa volta è lei a tornare seria e le si legge in viso un velo di malinconia: “io tornerei in Marocco, però non ne sono sicura”

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Mi dirigo verso le bancarelle al centro del piazzale. Vedo Cristina scegliere accuratamente la frutta: ha quel non so che di esotico. Comincio il mio solito discorso di introduzione in inglese, le dico che scrivo per Girlitude, un blog italiano che parla alle donne e per le donne. Mi ferma subito. “Sono italiana anch’io”.

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Non mi sarei aspettata che fosse una mia connazionale. Sua mamma è giapponese: ecco svelato il mistero dei tratti esotici. Cristina vive ad Amsterdam da un anno e mezzo e di questa città adora la sua vivibilità mentre se avesse il potere di cambiare qualcosa probabilmente sarebbe la cultura olandese: un po’ troppo individualista. Il suo posto del cuore è anche il mio: Westerpark, il parco che non è famoso quanto Vondelpark ma che, a mio parere, è molto più peculiare: tra il verde e la pista ciclabile troverete anche tanti ristorantini singolari e la Westergasfabriek, centro culturale e venue di innumerevoli serate e concerti. A proposito di musica, Cristina suggerisce grandi nomi del presente e del passato: Georges Brassens, Cesaria Evora e Nina Simone.

Le chiedo chi è la donna da cui prende ispirazione ogni giorno. Un nome a me sconosciuto fa capolino dalle sue labbra: Helen Keller, sordocieca americana che ha combattuto per i diritti dei ciechi e dei lavoratori. Insomma, qualcuno che ha fatto del bene in modo esemplare. Cristina conclude svelandomi che è una grande appassionata di recitazione: il suo sogno sarebbe quello di avere una sua compagnia teatrale.

Lina invece passeggia di fretta. Si capisce che è indaffarata ma il viso solare mi incoraggia a parlarle. Paradossalmente sembra quasi grata che l’abbia fermata, come se cercasse una scusa per riprendere il fiato. È nata e cresciuta ad Amsterdam ma i suoi genitori sono marocchini. Lina è musulmana e non porta il velo, non ne sente l’esigenza al momento. Ha 27 anni e, nonostante sia sposata e con due bambini, ritiene che sia ancora troppo presto. “Chissà, magari un giorno”. Non è un caso se quello che le piace di più di Amsterdam è la mentalità aperta delle persone. Quello di cui farebbe a meno? Il rumore, il caos di questa città. Mi permetto di ricordarle il caos che regna in Italia e in Marocco e lei scoppia a ridere dandomi ragione. “Sì, è vero: se la compariamo ai nostri Paesi è un altro discorso”. Il “rumore” della musica, quello invece le piace. Ascolta musica marocchina, R&B, le basi strumentali e il Corano. E ovviamente Whitney Houston, una donna che stima molto ma, anche per lei, la più grande ispirazione rimane sua mamma.

Constance è invece qui da poco e si fermerà solo per tre mesi. Arriva dalla Zambia e ha un viso raggiante. Sui difetti di Amsterdam non ha nulla da dire: “non ho ancora avuto tempo per metabolizzare, ma sono rimasta sorpresa nel constatare che a pochi chilometri di distanza c’è la spiaggia! Però, ora che ci penso meglio, forse una cosa che non mi piace o che semplicemente non comprendo c’è: non capisco tutte queste ragazze che si vestono con abitini succinti e che fumano come ciminiere. Per non parlare del Red Light District: è fuori da ogni concezione”. Racconta un po’ di sé dicendo che canta in un coro gospel. Christian gospel, per essere precisi.

Scoppiando in una risata fragorosa, prima di salutarmi mi confessa: “la donna che ammiro di più? Probabilmente la moglie del presidente. Sarà per questo che sogno di vivere in un castello?” Punta in alto questa Constance.

Tugba e Cansu (che per qualche strano motivo si pronuncia Jonsu), si fanno trovare fuori da un negozio di abbigliamento. Hanno l’imbarazzo tipico dei loro anni: 18 e 19. In due secondi liquidano la mamma di una delle due dicendo che sono impegnate con l’intervista per un blog e ascoltano attentamente le mie domande.

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Rimango subito folgorata dagli occhi di Cansu. Un azzurro ghiaccio, di quelli che fai fatica a dimenticare. Hanno origini turche e sono entrambe musulmane. Fanno parte di quella generazione che alimenta il mercato musicale mainstream: ascoltano One Direction, Justin Bieber e Rihanna. Entrambe sognano di lavorare con i bambini e al primo posto, guarda un po’, mettono la mamma.

Mentre sto per lasciare la piazza, alle mie spalle vedo un velo nero incorniciare un volto vivace e simpatico che ascolta la musica con le cuffiette nelle orecchie. Decido di disturbarla perché ho quella sensazione nella pancia che mi dice che ne varrà la pena. “Non ti preoccupare, non mi disturbi affatto”. Metà turca, metà olandese, parla inglese in modo praticamente perfetto. Anche lei avrà sì e no 18, massimo 19 anni. Le risposte non sono molto diverse da quelle delle altre ragazze: apertura mentale tra i pregi della città, le vie del centro troppo turistiche tra i difetti, “anche se la periferia non offre granché in effetti”. Mi sorprende quando spostiamo l’argomento della conversazione sulla musica. “Ascolto un sacco di musica rock, specialmente quella americana. Non so se conosci Andy Biersack, è un grande”.

Il dubbio mi sale quando mi sento rispondere che sua sorella maggiore, che a quanto pare ha almeno 5 anni meno di me, è la sua più grande ispirazione. Sgrano gli occhi e le chiedo dunque quanti anni ha lei. “Ho tredici anni”, mi risponde. Sono sbalordita. Una ragazza di 13 anni con un livello avanzato di inglese, che ascolta musica rock e già sogna di trovare un buon lavoro in quel di Amsterdam. Scegliamo insieme il suo nome fittizio: Jennifer. “Vagamente” americano.

Sulla strada del ritorno penso a tutto ciò che ho guadagnato in questa giornata, a quanto si sia arricchito il mio bagaglio culturale: ho imparato che nella vita quando ti butti e corri il rischio succedono cose meravigliose, ho imparato i nomi di un sacco di cantanti di cui ignoravo l’esistenza, che il luogo che chiamiamo casa non è per forza quello in cui siamo nati ma quello in cui ci sentiamo noi stesse e non importa chi siamo o da dove veniamo. In una nuova città abbiamo paura eppure continuiamo a farci coraggio, sorprendendoci davanti alle piccole cose e trovando sempre del buono in ciò che ci circonda. E in fondo è questo che ci ricorda che la diversità non è minaccia, ma è ricchezza. Come i tratti di Cristina, come gli occhi di Cansu, come la saggezza della piccola grande Jennifer.

Se siete rimaste affascinate dai gusti musicali multiculturali delle ragazze di Amsterdam continuate a leggere i post scritti da Ilaria Mangiardi, i suoi consigli per diventare youtuber perfette e lo spettacolo di teatro-danza sperimentale intitolato Untitled Feminist Show.

Essere ragazze nella Amsterdam multiculturale
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Ilaria Mangiardi

27 anni, cantante e web marketing lover. Spenderebbe volentieri il suo intero stipendio in concerti e quando lo fa passa i pomeriggi dopo a recensire scaletta e ricordi su The Music Portrait, il suo blog di musica. Piuttosto che parlare davanti a 10 persone preferisce esprimersi cantando davanti a mezzo milione di telespettatori, come quella volta alla finale svizzera dell’Eurovision Song Contest. Nata a Milano, attualmente vive ad Amsterdam per trovare (invano) le risposte alle domande della vita.

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