Oggi su Girlitude intervistiamo la rallista Anna Andreussi, navigatrice per Peugeot a fianco del pilota Paolo Andreucci.
Anna e Paolo sono una squadra combattiva in competizione e una coppia affiatata nella vita. Ben sette volte campioni italiani, sono i piloti più vincenti della storia del rally in Italia e atleti di riferimento per questo
mondo a quattro ruote. Abbiamo parlato con Anna di corse, di come è approdata in questo settore e della sua quotidianità, tra una gara ambientata in paesaggi mozzafiato e l’altra. Le sue risposte faranno appassionare a questo avvincente e adrenalinico sport automobilistico anche chi crolla tramortita sul divano al primo rombo della Formula Uno, le sue parole raccontano di chi ha saputo cogliere al volo la sfida di un ambiente impegnativo e fortemente maschile, riuscendo ad essere orgogliosamente trattata alla pari. 

Photo credits Marco Passaniti

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Quando hai iniziato a fare rally?

Ho iniziato a fare rally non proprio appena presa la patente, ho conosciuto il rally per caso intorno ai ventuno-ventidue anni. Ho sciato a livello agonistico dai sei fino ai diciotto-venti anni e allora avevo appena smesso. Devo dire che mi mancavano l’adrenalina e la competizione, andando a vedere una gara di rally mi è tornata la voglia di fare qualcosa. Quindi ho iniziato con delle piccole gare vicino a casa mia molto amatoriali poi, di volta in volta, un po’ la fortuna e un po’ la disponibilità perché studiando all’università avevo del tempo libero, ho cominciato a fare le prime gare. È stato Paolo che nel 2001 mi ha chiamata e mi ha chiesto di correre con lui. Da lì in poi è iniziata la mia attività agonistica che è diventata anche il mio lavoro.

Come riesci a coniugare velocità e tranquillità, capacità di orientamento e di reazione con tutta quella adrenalina in circolo?

C’è un esercizio che ho imparato a fare: tenere aperti due ‘canali’, uno più emotivo e uno molto più serio e razionale. Così ho imparato a sapermi gestire sempre meglio. In prova speciale o quando ci sono i momenti di massima tensione sono una persona molto emotiva, non nego che ci siano delle emozioni fortissime e l’adrenalina pompa. Però ho imparato ad avere anche un ‘canale’ separato, che è quello del tempo: tenere il tempo, il cronometro, leggere le note. Appena mi concentro riesco molto bene a gestire queste due sezioni che sono agli opposti, perché se si sovrappongono è molto facile fare errori, e in quei momenti, durante la corsa, non si può sbagliare.

Photo credits Marco Passaniti

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C’è un rally che ti è rimasto particolarmente nel cuore?

Tutti i rally sono importanti per me, certo ci sono delle prove speciali che preferisci, una terra che ti piace di più o le emozioni della gara di casa. Qui in Friuli ce n’è una molto importante che abbiamo fatto da poco, mi piace perché ci sono più tifosi, c’è la mia famiglia e quindi le emozioni sono sempre più forti. Se poi vinci, dal podio riesci a riconoscere tra la gente tante facce conosciute e l’emozione sale ancora di più. Per me tutti i rally sono di alto livello, però c’è questa preferenza per le gare di casa, questo sì.

Il rally sembra un mondo prevalentemente maschile, quanto c’è voluto per farti trattare da pari e come ci sei riuscita?

È stato abbastanza difficile nel momento in cui ho cominciato a correre con Paolo, perché prima lo praticavo in forma dilettantistica, era un approccio completamente diverso, più di divertimento, di condivisione. Quando ho cominciato a correre con lui è diventato un lavoro da subito. Quando Paolo mi ha chiamata a correre devo dire che ci sono state tante diffidenze e devo ringraziarlo soprattutto per i primi anni: lui era convinto di avere accanto la persona che gli serviva, quella giusta, a prescindere dal fatto che fosse maschio o femmina. Questo l’ha sempre detto, fin da quando abbiamo iniziato, e questo mi ha protetta. Altrimenti non so se ce l’avrei fatta. Dopo qualche anno sono riuscita a camminare con le mie gambe, a farmi rispettare grazie ai risultati e, spero, un po’ anche grazie al mio carattere. Adesso mi accorgo che quando sono in gara con la tuta i miei avversari mi trattano come se fossi uno di loro. Questa cosa mi ha fatto capire che ero stata accettata nel gruppo. È un motivo d’orgoglio per tanti aspetti e si sta bene, venire rispettata in un ambiente così duro per me è stata una vittoria.

Una nostra collaboratrice ha scritto un post a riguardo, come sarebbero, secondo te, le auto se fossero state progettate esclusivamente dalle donne?

Ho conosciuto Anna Costamagna che ha disegnato la 208, la nuova Peugeot. Lei lavora per Peugeot in Francia. Quindi le donne ci sono già nell’ambiente automobilistico e anche nella produzione di serie. Ho anche conosciuto ingegneri di macchina donne che hanno lavorato ai mondiali di rally.  Secondo me le macchine potrebbero essere uguali, ma per certi versi migliori. Sicuramente più affidabili nell’ambiente sportivo, forse con qualcosa in più.

Photo credits Marco Passaniti

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Quando e come hai conosciuto Paolo Andreucci?

La storia mia e di Paolo è particolare. Mi ha chiamata come navigatrice senza avermi mai vista, perché rispecchiavo delle caratteristiche che gli interessavano, anche fisiche perché effettivamente lo sport richiede un peso leggero: se carichiamo peso in macchina diminuiscono i cavalli. Per lui era importante avere un navigatore che fosse leggero, bravo e competente. Si è informato chiedendo di me a conoscenti in comune, sapeva che sciavo e avevo certe caratteristiche… così mi ha chiamata una sera e mi ha chiesto se ero interessata. Incoscientemente ho detto di sì! Probabilmente in quel momento non avevo ancora le carte in regola per fare quello che mi stava chiedendo, avevo veramente poca esperienza. Però il treno passa una volta sola e se non sei pronta a salirci non è detto che ne passi un secondo. Così mi ha fatto fare il primo anno di tirocinio in cui ho imparato a conoscere il suo modo di lavorare. Non ho fatto tutte le gare, ho lavorato molto con i suoi collaboratori e mi sono preparata. Tutto questo senza essere coppia perché per me lui era ‘il pilota che mi aveva cercato’. All’inizio sono rimasta positivamente colpita dal suo modo di lavorare, dalla sua professionalità e da un approccio molto serio che ha avuto nei miei confronti. Mai avrei pensato che poi sarebbe potuto nascere qualcosa. Io ero fidanzata, lui era fidanzato, a fine gara mi salutava e ci si sentiva solo per lavoro. Non c’era veramente niente che potesse far pensare a qualcosa di più. Il secondo e il terzo anno siamo stati molto vicini perché abbiamo fatto tutto il campionato e i test insieme. Avevo veramente bisogno di crescere e di imparare, ho cercato di assorbire tutto quello che potevo. Dopo il terzo anno, all’inizio del quarto, non avevo più un fidanzato, ero molto impegnata, avevo nella testa solo il rally. Prima studiavo all’università e lavoravo da mio papà, ma ho mollato tutto. Purtroppo ho lasciato l’università, che è uno dei crucci che tuttora ho. Così mi sono dedicata al cento per cento a questa attività.

Un bel giorno io e Paolo abbiamo cominciato anche a parlare di situazioni familiari. Inevitabile quando stai veramente tanto tempo in macchina con il tuo pilota e anche durante i momenti di scarico, il pranzo piuttosto che i trasferimenti per raggiungere i luoghi dei rally. Abbiamo iniziato a parlare di noi, delle nostre famiglie e di quello che facciamo nella vita. Nel giro di qualche mese ci siamo scoperti molto simili. Eravamo molto spaventati all’inizio, ci dicevamo “però, mi raccomando, non deve cambiare niente” perché stavamo lavorando davvero bene. C’è stato un attimo di paura, non volevamo rovinare il nostro principale obiettivo che era quello di lavorare insieme. All’inizio non l’abbiamo detto, abbiamo cercato di capire… Ci siamo resi conto che il fatto di stare insieme ci ha aiutato molto anche nel lavoro. Ormai conosco Paolo veramente bene, mi basta sentire un suo sospiro al microfono o vedere come muove le mani per capire se è tranquillo, se va tutto bene. Questo mi ha aiutata davvero tanto.

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La sintonia tra pilota e navigatore è alla base del rally e come si suol dire tu e Paolo Andreucci avete “portato il lavoro a casa”, cosa avete in comune a parte le prime sei lettere del cognome?

Abbiamo tutto e niente, perché siamo due persone fondamentalmente pacifiche e serene, quando siamo a casa siamo disordinatissimi tutti e due, mentre in macchina siamo estremamente precisi. Lui sicuramente ha quella ‘fame’ di vincere che io non ho, a volte mi chiama Santa Maria Goretti perché in competizione sono sempre quella che guarda all’avversario. Magari lo vedo fermo e mi dispiace, aiuto sempre qualcun’altro, Paolo invece dice che devo guardare solo la nostra gara. Ha veramente la competizione nel sangue, questo è un suo grande pregio. Ritengo che anche il mio sia un pregio che però deve essere compensato dal suo, perché altrimenti non sarei mai arrivata dove sono.

Consiglieresti il rally come terapia di coppia?

È una terapia d’urto perché o le cose funzionano veramente bene oppure la coppia scoppia dopo la prima gara.

Photo credits Marco Passaniti

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Ti è mai capitato di desiderare nella vostra Peugeot 208 un sedile ad espulsione automatica come quello di 007?

Sì, sempre!
I momenti più duri della nostra vita di coppia sono proprio durante le gare perché io devo fare entrambe le cose e per me diventa difficile. Ho finito la gara sabato, domani devo andare a Milano, per fortuna senza di lui così almeno mi rilasso (ride mentre lo dice).
Durante la gara chiaramente per me lui è sia il mio uomo che il mio pilota, quindi mi preoccupo anche che abbia mangiato bene o che abbia la tuta pronta di ricambio, che stia bene, tutte incombenze che invece generalmente sono lasciate al pilota che deve provvedere alle sue cose e il navigatore alle sue. Io invece spesso faccio per entrambi. Devo fare la doppia valigia perché lui non la fa, va in tachicardia a prepararle, se è inverno si prende il costume e se è estate la giacca a vento! Per me è abbastanza impegnativo, durante le gare ho sempre un elevato tasso di stress che però mi carico volentieri perché so che alleggerisce lui. Conoscendolo così bene so che gli serve questo mio supporto. Avere una persona che ti conosce come così bene, che può con uno sguardo capire quello di cui hai bisogno, ti alleggerisce di tanti piccoli stress che poi possono incidere sulla prestazione.

Hai mai dato un nome alla vostra macchina da corsa?

La mia Peugeot è donna! Quando si corre lui è in minoranza, perché siamo io, lei e lui. Non le ho dato mai un nome perché dico sempre che “è lei”. Quando si arriva a fine gara e si stappa lo spumante se è andata bene, la prima cosa che faccio è versarne sempre un po’ sul suo cofano per brindare insieme a lei. Il primo brindisi è sempre con lei. Questo l’ho sempre fatto, anche sabato scorso.

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Qual è la vita di una navigatrice di rally una volta scesa dall’auto e chiusa la portiera?

Alla fine divento moglie anche se non lo sono, ma viviamo insieme. La prima cosa che faccio quando rientro a casa è fare lavatrici, stirare, rifare i letti, … Faccio tutto quello che fanno le persone assolutamente normali e sto benissimo perché mi rilassa. Taglio l’erba, faccio tutto quello che dovrebbe fare Paolo perché proprio non fa niente (ride anche in questo caso).

Quando non state gareggiando il tuo rapporto con il tempo è molto più rilassato, sei una ritardataria, o mantieni puntualità assoluta anche nella vita quotidiana?

Hai centrato il mio tallone d’Achille perché sono sempre in ritardo! Oggi ho accompagnato mio padre al mare e mi sono persa, per cui ho dovuto accendere il mio Googlemap e solo dopo mezz’ora l’ho portato a destinazione. Assolutamente, nella vita sono l’opposto rispetto alle corse e questo lo ammetto.

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Parlaci del tuo impegno per l’ANT (Associazione Nazionale Tumori)

Li ho conosciuti grazie a Peugeot. Credo che il mio aiuto sia veramente una goccia nel mare però lo faccio col cuore perché è una associazione che aiuta i malati terminali a essere assistiti direttamente a casa, aiuta anche i familiari oltre ai malati stessi, con del personale altamente qualificato. È un’esperienza che ho vissuto personalmente e devo dire che un aiuto può cambiare la vita alle persone, soprattutto ai familiari, perché il recupero dopo la mancanza di un parente per malattie terminali è difficilissimo. Grazie a loro a volte questo può succedere con più facilità, poter riprendere la vita in mano, riuscire quasi guardare in maniera “positiva” la situazione. Quello che posso fare lo faccio, volentieri.

Hai consigli per lettrici che hanno a che fare con ambienti dominati da uomini al 99,9%?

Quando vedi che ti trattano alla pari, che non sono così gentili e non ci sono tutti quei sorrisini allora vuol dire che ti vedono come una figura professionale, che non gli importa, perché sei competitivo e ti rispettano. Quando sei trattata da donna, con atteggiamenti che noi donne conosciamo bene, vuol dire che non c’è rispetto secondo me, non c’è la considerazione che hanno per dei colleghi maschi. Da un certo punto di vista l’ho vissuto ed è una realtà. Non sono una femminista però le persone che valgono e che hanno delle potenzialità devono essere alla pari, che sia donna o uomo non è importante. Purtroppo la donna per essere accettata deve essere un po’ più brava, allora fa paura e quindi viene accettata e rispettata. Questa credo sia la situazione attuale, bisogna tirare fuori un po’ le unghie e dare il centouno per cento. Però poi se riesci ad essere rispettata lo sei ancora di più, ed è un motivo d’orgoglio che ti fa lavorare ancora meglio e con più voglia.

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I tracciati dei rally sono spesso in luoghi fortemente evocativi e immersi nella natura, c’è un luogo che durante le ricognizioni ti è piaciuto particolarmente e consigli alle lettrici per assistere alle corse e dopo i rally per una camminata?

Il rally ha una particolarità che io adoro: non è un circuito, quindi le strade che sono battute dai rally devono ovviamente avere delle caratteristiche, ma sono anche delle strade dimenticate da Dio, che ti portano in posti che difficilmente nella vita uno raggiunge. Sono veramente dei luoghi difficili da trovare, spesso durante le gare e le ricognizioni quando alzo gli occhi vedo dei panorami stupendi. Ho delle foto incredibili anche di tramonti perché spesso si prova la sera. Noi facciamo il campionato italiano quindi ho conosciuto delle zone d’Italia che altrimenti non avrei mai scoperto. Ad esempio a breve saremo nell’entroterra di Jesi, per correre l’Adriatico, una gara su terra. Non ha niente da invidiare alle colline toscane, certo non ci sono località come Volterra e Montalcino però la natura incontaminata che c’è lì l’ho vista in poche zone d’Italia. Non c’è solo il mare, anche l’entroterra è spettacolare! Anche in Sicilia per la Targa Florio attraversiamo zone vicino a Palermo, sopra Cefalù, che sono fantastiche e favolose. Potrei dire Sanremo… Deve piacere l’adrenalina e il rumore, se uno è un po’ appassionato di macchine e vuole  passare un weekend diverso lo consiglio, perché si possono scoprire zone che altrimenti difficilmente si visitano. Per chi è appassionato di trekking o mountain bike, sono strade raggiungibili da boschi, e spesso si può seguire il rally anche facendo dello sport.

Il rally è uno sport particolare, di nicchia, ma con tante potenzialità e che potrebbe essere scoperto anche da tante donne. Ho molte ragazze che mi seguono…

Anna Andreussi: lei, lui, l'auto
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Redazione

Una redazione guidata da donne che amano i libri, la musica, i viaggi e la creatività. Qui raccontiamo storie, progetti, desideri e visioni delle donne che incontriamo.

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