Un po’ come le Charlie’s Angels, oltre alla sua instancabile redazione Girlitude ha collaboratrici fidate che viaggiano per il globo. Grazie a questa rete di contatti possiamo rifornirvi di notizie sempre nuove e cariche di genuina curiosità femminile. Ilaria, music blogger con base in Olanda, ci ha già raccontato come si diventa youtuber perfette e cosa vuol dire essere una Femcee in un mondo Hip-hop fatto di Bad Boys. Ma abitare in una città multiculturale, libertaria e all’avanguardia come Amsterdam le consente anche di vivere a pieno una società dalla mente aperta, sia dal punto di vista civile che in quello artistico. Da quelle parti la parola ‘femminismo’ non è considerata un termine malvisto, ma bensì un punto dell’agenda politica sostenuto da uomini e donne, oltre che una fonte d’ispirazione in continuo aggiornamento per le nuove generazioni multietniche. Un contesto in cui le donne, oltre a comparire in gran numero nella scena culturale locale, sono incoraggiate a sperimentare indisturbate con i linguaggi espressivi, con il proprio corpo e con gli elementi culturali che ci costituiscono come femmine al di là di Madre Natura. È così che può capitare di assistere a una performace teatrale unica come quella di cui ci racconta oggi Ilaria, intitolata Untitled Feminist Show, con la drammaturgia di Young Jean Lee. Quella della regista di origini coreane sarebbe una vicenda affascinante di per sé, dato che ha abbandonato una carriera avviata come studiosa di Shakespeare quando ha trovato il coraggio di fare teatro in prima persona. Ma questa è un’altra storia, passiamo la parola a Ilaria per capire come se la sono cavata Young Jean Lee e le performer-danzatrici sul palco.

Young Jean Lee, Photo credits Blaine Davis

Young Jean Lee, Photo credits Blaine Davis

In un mondo ancora lontano dall’essere equo, in cui si lotta ininterrottamente per la causa femminista, vi propongo una provocazione. Vi siete mai chieste perché limitarsi ad esplorare (e celebrare) le mille possibilità del termine ‘Donna’ quando la parola ‘Persona’ ne suggerisce invece centomila?

Quando si trattava di difendere noi donne in tutto e per tutto ho sfoggiato per anni le mie migliori pose da agguerrita ghetto-girl. Lo faccio tuttora e ne vado ancora piuttosto fiera, ma ultimamente c’è stato qualcosa che mi ha aperto occhi e mente. Sarà che vivere ad Amsterdam, città della libertà di pensiero (pragmatico) per eccellenza, ha come sottotitolo lasciate ogni giudizio o voi che entrate. O forse sarà stata l’arte, che fortunatamente di pragmatico ha poco o niente, ad avermi permesso di vedere le cose da un punto di vista diverso, complementare e non opposto, ma pur sempre differente.

Lo ammetto: la curiosità per il diverso è il motivo per cui mi sono ritrovata al teatro Stadsschouwburg. Ho vinto i biglietti per Untitled Feminist Show grazie ad un concorso. Avevo deciso di partecipare pensando ad un discorso della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie: Dovremmo essere tutti femministi. Tuttavia c’era qualcosa che non mi tornava. La parolina Untitled sembrava voler sgomitare e farsi strada tra le grandi figure di donne evocate nella mia mente dal titolo dello spettacolo:

Rosie the Riveter e Simone de Beauvoir

Rosie the Riveter e Simone de Beauvoir

Per poter assistere ad Untitled Feminist Show non ha importanza essere femminista, maschilista o neutrale. Essere attivista, nel senso di mettere in atto e in discussione tutto ciò che siamo, di porlo in discussione, ha qui invece il fascino palpitante delle prime volte. Parlare di femminismo è complicato, ti fa fare respiri profondi come quando chiamano il tuo nome prima di un esame. Sarà per questo che il respiro esasperato e sincronizzato è il modo in cui le protagoniste di Untitled Feminist Show iniziano il loro spettacolo. Le senti ovunque come se avessero attivato in sala l’audio 3D. Te le vedi arrivare con passo cadenzato, occhi penetranti e un solo obiettivo: farti sentire piuttosto a disagio. Sì perché le protagoniste di Untitled Feminist Show sono completamente nude. Dalla testa ai piedi. Dal primo all’ultimo minuto. Come mamma le ha fatte. Come la drammaturga Young Jean Lee le ha volute.

Potrei utilizzare diecimila termini per descrivere ciò che ho visto in quei sessanta minuti, ma le parole non sarebbero abbastanza. Antico, moderno e post-moderno. Ilarità, provocazione, versatilità, genialità, coraggio. Anche su quel palco, le parole sono talmente superflue che regista e attrici non ne sentono il bisogno. Zero parole. Zero vestiti. Solo gestualità, passi, espressioni. E un sacco pieno zeppo di idee, a volte poco connesse tra loro, ma pur sempre bellissime e sorprendenti. Untitled Feminist Show ha tutti i pregi e i difetti del teatro sperimentale, ma mostra anche le gioie e le condanne dell’estenuante ricerca di se stesse.

Così come il genere maschile e quello femminile sono impersonati con scioltezza anche i generi musicali si alternano altrettanto fluidamente. La musica e la danza hanno infatti un ruolo da co-protagoniste. Grazie alla colonna sonora utilizzata viene mostrata chiaramente la moltitudine di persone e personalità che possiamo essere. L’importante è vedere, sentire e metabolizzare i corpi nudi sul palco, di ogni tipo, forma e colore. Fisici inadatti secondo le regole imposte dalla società eppure così perfetti. È come se i corpi in Untitled Feminist Show, e di conseguenza anche i nostri, fossero le tele stesse dei capolavori e non il soggetto ritratto nei quadri. Il messaggio di fondo è che il corpo non può, non deve per forza determinare chi siamo.

Photo credits Young Jean Lee's Theatre Company

Photo credits Young Jean Lee’s Theatre Company

Dopo i primi minuti l’imbarazzo della nudità lascia subito il posto ai personaggi e alle loro storie. Pur avvicinandosi al muto, questa forma di teatro riesce ad essere incredibilmente comunicativa. Le 6 protagoniste danno il meglio di sé in gag grottesche che rasentano l’assurdo così come in parodie di quotidianità spicciola che hanno l’obiettivo di strappare al pubblico sorrisini amari.

Una musica classica fa da sottofondo alla prima danza in cui piccoli ombrellini parasole vengono utilizzati come scudo e come arma. Ho adorato quello che sembrava un “balletto dei mestieri” su basi musicali pop e hip-hop, una riproduzione danzereccia dei tipici gesti da casalinga come lavare, stirare, cucinare e chi più ne ha più ne metta: insomma, aspettative e ruoli della massaia tradizionale messi in scena ironicamente e dissacrati in soli tre minuti. Durante un altro sketch comico-erotico, invece, la star del burlesque Lady Rizo porta all’esasperazione una pantomima dedicata a “sesso orale e altre storie”. Distruttivo e inaspettato anche lo shakeraggio selvaggio su base metal che vede Hilary Clark, una delle performer, scuotere forsennatamente chioma e pensieri in mezzo al pubblico. È opposto eppure speculare il solo di Becca Blackwell, attrice transgender dal fisico mascolino, che alterna il ruolo di seduttrice a quello di pugile.

Photo credits Theatreadvies bv

Photo credits Theatreadvies bv

Il mio intento è dare uno scossone alle norme di genere attraverso il movimento e la musica, in modo da creare un’utopica esperienza femminista, così Young Jean Lee prova a spiegare l’obiettivo del suo show, che ha preso forma insieme alle attrici stesse dopo aver fatto le audizioni. Mi chiedo sempre: qual è l’ultima cosa che vorrei? Cosa mi fa più paura al momento? Quale sarebbe la mia sfida più grande? Da queste domande nasce la mia messa in scena. Questo il suo metodo di lavoro, molto introspettivo, che ha dato ottimi frutti.

Il palco è animato da tutti i tipi di energia: isterica, sessuale, aggressiva, autoironica, tutte catalizzate nell’obiettivo finale di essere fluide, cangianti, di renderci tutto e niente e ogni cosa che vogliamo essere. È anche questo il male del secolo: venire etichettate, essere costrette a sopportare una definizione che ci va stretta e affibbiarla ad altri. Lo spettacolo stesso ha come scopo quello di astenersi da ogni tipo di categorizzazione. A show concluso mi ritrovo a pensare al concetto di limite, perfino in campo musicale.

Ascoltare tutti i generi di musica è solitamente interpretato come prova di mancanza di carattere. Ma non dimostra forse la moltitudine di personalità che ognuno di noi ha? Siamo in mutamento continuo e il caos è l’unica costante. Untitled Feminist Show è un invito a perdersi in questa meravigliosa scoperta e a spogliarci dei nostri stessi limiti. È possibile scoprire se stesse senza veli ma anche con mille, centomila vestiti addosso. ­Questo il senso dello spettacolo: il contrasto, il paradosso, l’identità in senso lato, nella declinazione più ampia che possa avere. Spiegare e confondere al contempo, accettarsi e continuare a cercarsi, la nudità e le maschere pirandelliane, lo yin, lo yang e la loro unione.

Se lo spettacolo sperimentale raccontato da Ilaria ha spinto anche voi a riflettere sulle mille implicazioni del corpo delle donne, allora provate a continuare a leggere cosa ne pensa invece la scrittrice Violetta Bellocchio, autrice del libro ‘Il corpo non dimentica’.

Il teatro sperimentale di Untitled Feminist Show
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Ilaria Mangiardi

27 anni, cantante e web marketing lover. Spenderebbe volentieri il suo intero stipendio in concerti e quando lo fa passa i pomeriggi dopo a recensire scaletta e ricordi su The Music Portrait, il suo blog di musica. Piuttosto che parlare davanti a 10 persone preferisce esprimersi cantando davanti a mezzo milione di telespettatori, come quella volta alla finale svizzera dell’Eurovision Song Contest. Nata a Milano, attualmente vive ad Amsterdam per trovare (invano) le risposte alle domande della vita.

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