Violetta Bellocchio ha pubblicato a marzo di quest’anno il suo ultimo libro, “Il corpo non dimentica”, per Mondadori. Una non-fiction autobiografica, la sua storia ‘in tempo reale’ scritta giorno per giorno da febbraio 2012, da quando inizia a stare male, ha crisi d’ansia violentissime proprio perché deve scrivere il libro (il contratto è firmato, l’anticipo incassato) e decide di andare in terapia.

Il libro inizia qui, ma la sua storia, intensa e scioccante, quella che emerge con la terapia, ha radici lontane. Sobria da anni Violetta ricostruisce faticosamente i sui 3 anni (dai venticinque ai vent’otto anni) da binge drinker. Anni di angosce, dolore, incontri sbagliati e sbagliatissimi, svenimenti e bruciature, rivisti con le lenti della terapia, gradualmente e, quando possibile, rimessi a fuoco.

È la stessa Violetta che al termine alcolista preferisce binge drinker. Letteralmente è l’abbuffata alcolica, un neologismo inglese ormai declinabile su tutto. Binge worker è chi lavora oltre i limiti fisici, fa binge viewing chi dimentica amici e parenti se il rischio è vedere con un giorno di ritardo l’ultimo episodio di Game of Thrones, binge-qualsiasi cosa dice di una condizione degli individui postmoderni, inclini e facili vittime delle dipendenze. Lo siamo tutti in qualche forma, in qualche modo. C’è chi controlla Facebook e WhatsApp ogni 5 minuti, prima di addormentarsi e appena sveglio, non è forse questa una dipendenza?

«È un lavoro costante. Ho accettato che c’è sempre un buco, è molto facile per me trasformare qualsiasi cosa in un consumo compulsivo» confessa. L’alcol può essere accidentalmente una di queste, una delle tante. Ingenuamente pensavo che la scrittura, il lavoro – oggi che è sobria – potesse crearle dipendenza, ma scopro che sono più rischiose per Violetta le serie tv crime inglesi degli anni ’90. Insomma, quelle fatte un po’ così, fatte male. «Anche quando i consumi sembrano molto più innocui è importante rompere questo circuito. Io ho conosciuto persone dipendenti dai gruppi di auto-aiuto, che andavano a 4 o 5 riunioni al giorno, non uno stile di vita sostenibile. “Fight Club” è un libro che descrive molto bene questo fenomeno».

Come ci racconta, l’idea di scrivere “Il corpo non dimentica” c’era da tempo «Questo libro ha avuto due vite, nella prima poteva essere un saggio, era l’estate del 2010 e facevo finta di stare bene. Ho preso molti appunti, li ho chiusi in un quaderno e non ci ho fatto più nulla. È nel 2011 che ho deciso di fare un mémoire». L’espediente narrativo del romanzo, nonché il modus operandi della sua terapeuta, ruota tutto attorno a una parola al giorno, un termine per ricostruirsi, per ripescare come in un puzzle sparpagliato a terra il pezzo giusto, una storia, un volto, un’immagine. Ne parliamo fino a scoprire che la parola mancante, quella che avrebbe voluto ma non c’era, è ‘diamanti’. «Mi sarebbe piaciuta, avrei avuto aneddoti e storie personali molto divertenti. Forse è stata una coincidenza fortunata che non ci fosse. Erano delle cose che mi ricordavo benissimo, anche un po’ leggere. Quando un ricordo era molto chiaro e molto nitido nella mia mente voleva dire che non aveva bisogno di essere rielaborato in quel contesto (NdR la terapia), l’immagine si era già formata e presentata chiaramente. Vuol dire che in fondo andava bene così».

La tentazione è troppo forte, così le chiedo dei diamanti. È una piccola storia. Un viaggio a Londra, l’acquisto di un quasi regalo: «Ho preso della bigiotteria con l’idea di regalarla a mia madre. Non gliel’ho ovviamente mai consegnata». Ci tiene a sottolineare come la parola ovviamente abbia un senso ben preciso, anche se il tono l’aveva già marcato. «Me la sono messa per andare a ballare e sono stata un’intera notte nel cesso del Ministry Of Sound a guardarmi allo specchio». Mima la scena, con la punta delle dita sfiora uno specchio immaginario.

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Il libro di Violetta ha una grande forza emotiva. Allora mi chiedo come la terza legge della dinamica si declini in questo caso. Un’azione così esplicita e anche dolorosa quali reazioni ha prodotto in chi fa parte della sua vita? Le chiedo chi è stato il primo a leggerlo e come ha reagito. E poi il secondo, il terzo… «Giulia Ichino, la mia editor, è stata la prima a leggere il libro. Ha detto semplicemente ‘bellissimo’». La seconda e la terza e così via sono tutte persone di Mondadori «è stato un libro molto protetto, “Il corpo non dimentica” è stato scritto all’interno di un rapporto di fiducia, io sapevo che finiva su una scrivania e non su dieci. È solo per questo che mi sono messa in gioco molto di più di quanto pensassi».

E i genitori? Sono stati quasi gli ultimi leggerlo, un mese prima che venisse pubblicato. «Mia madre ha pianto, mi ha detto ‘certo che ne hai fatte di tutti i colori’, ha pianto di nuovo, è andata a fare la spesa, ha speso 32 o 33 euro in carboidrati da una panetteria e rosticceria del suo quartiere e si è messa a cucinare. Mio padre ha detto che era un libro terribile, terribile nel senso di angoscioso e l’ha definito sulla scala di valori del dialetto piacentino. Esistono almeno 3 parole per indicare il grado di dolore e di fastidio che ti provoca una situazione: c’è il dèbit, il debito, un fastidio leggero come dover portare il cane dal veterinario, poi c’è la crüs, che è il peggio, la croce, un dolore terribile come un malato grave in casa, e nel mezzo il castìg, il castigo, come andare a vedere un interessantissimo documentario di quattro ore sulla pena di morte o una mostra sul genocidio armeno… Ecco, “Il corpo non dimentica” l’ha posizionato a livello del castìg. Detto da lui, so che è anche un complimento».

Che il corpo non dimentichi, un titolo emerso in modo spontaneo dal libro stesso, è un dato di fatto. Tracce visibili e invisibili, soggettive e oggettive, vere e idealizzate che si mischiano. «Per me è un bene che sia così, che il mio corpo mi ricordi quanto è stato. La cosa più imbarazzante è che io ho parlato molto della mia bruttezza fisica, e poi mi capita come dalla Panicucci a Mattino Cinque che dice ‘Violetta è veramente bellissima’. Mi fa ridere questa cosa ma nell’apparente contraddizione c’è un fondo di verità. Chi mi ha conosciuta prima della scrittura del libro mi trova migliorata adesso». Un libro quindi che ha funzionato da subito, molto prima che per i lettori, per Violetta stessa. Stava bene, stava meglio mentre lo scriveva.

Un’esperienza di scrittura – questa sorta di diario pubblico – talmente peculiare da essere irripetibile. In futuro, qualunque cosa uscirà dalla penna di Violetta sarà diversissima. Proviamo a fare chiarezza in un flusso di pensieri e idee estremamente complesso e affascinante, cercando di trovare la traccia del prossimo libro. Uno spunto c’è, il mito greco di Persefone, ma va preso come tale, consapevoli che una mente che viaggia a questa velocità non potrà che trasformalo e ri-trasformarlo un numero infinito di volte prima che prenda forma. Secondo la versione dell’antichità Persefone è moglie del dio Ade, che passa sei mesi l’anno con il marito a regnare sull’oltretomba e i restanti sei mesi sulla terra presso la madre Demetra, la quale accoglieva il ritorno della figlia facendo sbocciare la primavera e l’estate.

Intanto la mamma di Violetta (nota psicanalista junghiana) lo sa e per tenerla sul pezzo quando la chiama, tra un ‘Come stai?’ e un ‘Cosa mi racconti?’ tipicamente materno, le chiede ‘Ma allora, quella cosa di Persefone?’.

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Nell’attesa che esca vogliamo sapere il libro da leggere, un libro che ogni donna dovrebbe aver avuto sul proprio comodino. Così Violetta, apparentemente poco tecnologica con il suo cellulare non-smart appoggiato sul tavolo, lascia scegliere al reader. «Donne diverse ci sono libri diversi. Facciamo così, vediamo cosa ho nel Kindle in questo momento… eccolo, il libro più bello che ho letto nell’ultimo anno, “L’amore bugiardo” di Gillian Flynn. Tradotto benissimo in italiano, anche se il titolo originale “Gone girl” (ragazza scomparsa) era più evocativo. Un noir, un libro meraviglioso, non a caso è il prossimo film di David Fincher con Ben Affleck e Rosamund Pike. Non so se è un libro che ogni donna deve leggere, ma Gillian Flynn è da scoprire, una donna che scrive noir ma non si inventa l’investigatrice, non è la poliziotta o la criminale. Metà del libro è raccontato dal punto di vista del marito di questa donna che scompare, metà è il diario che lei tiene a partire dal primo incontro con lui che diventa, nel corso della storia, la sua voce nel presente. L’indagine sulla sparizione della donna si fonde a un’analisi di cos’era questo matrimonio».

Preso nota e messo nella lista dei libri da portare in vacanza, non resta che chiederle cosa farà Violetta Bellocchio da grande. Il discorso si sposta su Abbiamo le prove, una rivista letteraria online che pubblica solo storie vere di scrittrici o aspiranti tali. Solo donne. Italiane o che vivono in Italia. Un’idea e un progetto di Violetta questo, nato nell’intervallo tra la fine della stesura de “Il corpo non dimentica” e la sua uscita nelle librerie.

«Mi piace stare dietro le quinte, fare il lavoro di redazione. Vorrei dedicarmi sempre di più a questo, che è molto diverso dal mio consueto lavoro. Scrivere è qualcosa di solitario, il sito mi ha fatto scoprire cosa significhi il team, lavorare con altre persone, in questo caso – e ne sono felice – tutte donne. E questo mi ha aiutato molto, ad esempio mi obbliga a rispondere alle mail.
Ti pare poco per me?».

– Giulia Marzagalli –

Un pomeriggio con Violetta Bellocchio
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Redazione

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