Essere una Femcee in un Mondo di Bad Boys

Quindici anni. Sono passati quindici anni da quando, per la prima volta nella mia vita, mi sentii totalmente in sintonia con quel beat sincopato e quell’altalena musicale che alternava il canto con il rap. Il pezzo in questione era We Need A Resolution di Aaliyah e Timbaland, e la mia mente viaggiava portandomi su palchi fittizi di tutto il mondo dove, senza ombra di dubbio, sarei stata in grado di riprodurre quell’atmosfera cantando e ballando senza il timore di non sentirmi all’altezza della situazione.

Perché io in quel tun-cha tutun-tun-cha ci vedevo mille colori, opzioni e varianti in grado di alimentare la mia creatività e la voglia di esprimermi attraverso la musica. I forum di Yahoo dedicati al genere e un gruppo di amici con cui condividere e scambiare tracce e opinioni a riguardo facevano il resto. Traducevo lyrics per ricavarne qualcosa in più e poter dare un significato a quello che ascoltavo o che cercavo di riprodurre quando mi cimentavo in riadattamenti davanti allo specchio – rigorosamente con spazzola-microfono e pubblico immaginario pronto ad applaudire ogni mia performance. Mi appassionavo alle storie dei rapper più famosi e osannati: da Tupac a Notorious B.I.G. passando per Snoop Dogg e Big Pun. E più questo genere riusciva ad appassionarmi più mi ponevo delle domande.

Tupac & Notorious B.I.G. (graffiti.org)

Tupac & Notorious B.I.G. (graffiti.org)

Se da una parte mi sentivo in perfetta sintonia, dall’altra alcuni testi cominciavano ad infastidirmi. Bitches, money and drugs. Stessa storia in ogni canzone. Possibile che non sapessero parlare d’altro? Possibile che le donne venissero sminuite in continuazione? Se poi per caso avevi l’idea malsana di provare a fare la rapper – e parlo degli anni ‘90 – eri spacciata. Una donna che fa rap? Una donna che risponde per le rime e prova a far valere la sua opinione, il suo pensiero e i suoi diritti? A maggior ragione dovevi essere discriminata e ridicolizzata. Era diventata una questione di principio per me. Volevo trovare, nell’hip-hop così come nell’R&B, donne che fossero in grado di emergere nonostante tutto, donne che fossero in grado di parlare per tutte quelle che non avevano la possibilità di esprimere la loro indignazione a riguardo, tramite un mezzo di espressione mondiale come la musica.

Le prime che ho ascoltato ci provavano così tanto che le loro parole risultavano altrettanto estreme e forzate: Lil’ Kim e Foxy Brown su tutte. Non era quella la strada da seguire. Potevo provare ad apprezzarle per un paio di canzoni, magari quando ero dell’umore giusto per ballare e non voler pensare. Ma quando la mia parte più riflessiva prendeva il sopravvento continuavo a sentire quel fastidio, quella voglia di dire: no ragazze, così non si va da nessuna parte. E così, all’interno del mio gruppo musicale dell’epoca, tra una cantata e l’altra, iniziai a scrivere i miei primi pezzi rap. Incazzati ma non troppo. Perché si sa: la rabbia non porta da nessuna parte se non viene metabolizzata e non si offre una soluzione a riguardo, come giustamente suggeriva Aaliyah nel pezzo pioniere del mio amore per questo genere. Un’altra valida alternativa era provare a distruggere i cliché tramite l’ironia. Missy Elliott, in questo caso, poteva essere l’esempio più azzeccato.

Insomma, sono tante le donne che hanno contribuito ad alimentare sempre più il mio amore per l’hip-hop. E non solo l’hip-hop in senso stretto ma tutto ciò che si relaziona ad esso. Da Queen Latifah alle TLC, da Erykah Badu a Lauryn Hill. Quest’ultima, in particolare, ha amplificato a mille la mia passione grazie a The Miseducation of Lauryn Hill, capostipite per chi è amante del genere. E il fatto che tuttora mi ricordi a memoria la sua Lost Ones la dice lunga.

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Lauryn Hill (aheartisaspade.com)

Quello che però credo sia da sempre il problema principale è che l’hip-hop venga considerato, sin dagli albori, il genere della virilità, della mascolinità, dei soldi facili e della fama. Nato per denunciare le ingiustizie della società, ha poi finito per soffermarsi su ciò che di più futile c’è al mondo. E questa non è una rinnegazione: io questa musica la amo con tutta me stessa. Mi fa però rabbia pensare che sia stata utilizzata troppe volte in modo errato. Il maschilismo che ne viene fuori è una conseguenza di tutto questo: il rapper vuole gongolarsi delle sue conquiste, il rapper deve dimostrare che con il denaro può permettersi tutto ciò che vuole a questo mondo. La donna ovviamente è solo uno dei tanti trofei da mostrare. I primi anni 2000 sono stati il perfetto contenitore di questa corrente di pensiero. Le cose sono andate migliorando, a mio parere, negli ultimi anni. C’è stato un ritorno alle origini e una maggiore consapevolezza. Vediamo figure femminili che provano in tutti i modi ad emergere cercando una propria originalità (cadendo, ahimé, ogni tanto nella volgarità – una su tutte Nicki Minaj) ma almeno il fatto di essere una donna che fa rap non fa più gridare allo scandalo – e ci mancherebbe altro, aggiungerei.

Anche uscendo dal mainstream e andando ad investigare negli angoli dietro casa, ci si accorge che il rap al femminile è sempre più diffuso. Si tratta di donne con gli attributi – “ovaie” anziché “palle” in questo caso. Ne ho avuto conferma quando, a fine ottobre, mi sono trovata in Overtoom 301, locale consigliatissimo e fulcro di eventi interessanti in quel di Amsterdam, per la proiezione di Say My Name di Nirit Peled e del progetto Mamamess. Un documentario che vede protagoniste rapper più o meno famose (una su tutte: Mc Lyte), una panoramica sull’essere donna in un mondo ancora troppo maschile, un accordo comune: quello di far valere un punto di vista differente, forse più riflessivo, meno arrogante e più empatico di quello propinato fino ad oggi. Inutile dirvi che consiglio a tutte (e a tutti) di buttarci un occhio.

I requisiti per stravolgere questa prospettiva ancora troppo limitata ci sono e si sentono sempre più prepotentemente. Non per nulla diverse testate musicali assicurano che il 2014 sarà l’anno delle donne del rap. Perché pare ci sia un cambio di direzione, pare che la gente si stia un po’ stufando della solita solfa, anche nella musica. Basti pensare a quanto l’indie stia dominando le classifiche o ai mash-up di genere che celebrano l’ibrido come forma musicale per eccellenza.

Le nuove (f)emcee dell’anno? Tenete gli occhi puntati su Angel Haze come role model, Azealia Banks come good girl gone bad in un mondo di bad boys, Iggy Azalea come esempio per imparare a non giudicare dalle apparenze. Ma non dimenticate di attingere dalle grandi lyricist del passato, quelle che meritavano e continuano a meritare il nostro rispetto, per ripassare e continuare a progredire.

Che poi chiamarle Femcee anziché semplicemente MC potrà pure sembrare una contraddizione, ma a me piace pensare che quella F all’inizio sia lì per ricordarci che siamo e dobbiamo essere Forti. Perché almeno quando vi diranno che, in quanto donne, parlate troppo potrete rispondere che su un beat di 3 minuti e mezzo l’unico modo per dire tutto ciò che vi passa per la testa è accelerare il ritmo e sparare al massimo le frequenze. Se poi ci aggiungete qualche rima non potranno fare altro che rimanere a bocca aperta. E chissà perché ho il presentimento che, una volta per tutte, riusciremo ad andare finalmente a tempo con i tempi che corrono.

 

You Don’t Wanna Miss:

  • • Lauryn Hill – Lost Ones
  • • Angel Haze – Battle Cry
  • • M.I.A. – Bucky Done Gun
  • • Nonchalant – 5 o’Clock
  • • Da Brat – Sittin’ on the Top of the World
  • • MC Lyte – Ruffneck
  • • Diam’s – La Boulette
  • • Missy Elliott – The Rain
  • • Queen Latifah – U.N.I.T.Y.
  • • Lisa “Left Eye” Lopes – The Block Party
Hip-Hop al Femminile
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Ilaria Mangiardi

27 anni, cantante e web marketing lover. Spenderebbe volentieri il suo intero stipendio in concerti e quando lo fa passa i pomeriggi dopo a recensire scaletta e ricordi su The Music Portrait, il suo blog di musica. Piuttosto che parlare davanti a 10 persone preferisce esprimersi cantando davanti a mezzo milione di telespettatori, come quella volta alla finale svizzera dell’Eurovision Song Contest. Nata a Milano, attualmente vive ad Amsterdam per trovare (invano) le risposte alle domande della vita.

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