Intervista alla scrittrice Antonella Gatti Bardelli

Due occhi di cioccolato al latte e il pudore di una bambina che sta per diventare signorina: Antonella Gatti Bardelli si presenta così, come uno sconosciuto generosissimo che chiede di esser capito prima di esser letto.

Bambina solare, nata in una famiglia “bene”, ragazza cresciuta nella cosiddetta “normalità”, poi donna in carriera, Antonella si scopre scrittrice solo dopo aver accolto la sua malattia, soltanto dopo aver rotto lo specchio della superficialità di una vita che le stava troppo stretta.

Il suo libro d’esordio, il racconto autobiografico intitolato Il Cielo Capovolto, edito da Bompiani, è stato scritto come un diario di disperazione e meraviglia insieme, nel quale racconta delle maschere indossate fin da bambina, le stesse che l’hanno portata a (soprav)vivere per quattro anni a New York, dove i medici, nel delirio di una notte gelida di febbraio, le diagnosticano una forma di depressione bipolare. Dallo strapiombo della tragedia arriva però l’ossigeno della luce: una salvezza fatta, anzitutto, di un dio chiamato autenticità. Quando Antonella incontra Antonella, ha vita una lunga storia d’amore, per usare le parole di una splendida canzone di Gino Paoli.

Il 12 marzo scorso è uscito, sempre per Bompiani, il suo primo romanzo, Margò, dedicato al racconto di una madre che rivendica il suo diritto a rifarsi una vita dopo la morte per overdose della figlia. Un vero romanzo, una forma decisamente più letteraria che riprende una tragedia vera, vissuta nella storia di una donna che esiste nella vita di tutti i giorni, che ha davvero vissuto sulla sua pelle quello strazio insopportabile.

D’accordo con l’autrice, ma ancor più con la donna, quest’intervista è proposta con la speranza di portare il lettore oltre la presentazione di una scrittrice, oltre la sua storia e persino oltre il suo lavoro: quest’intervista chiede, piuttosto, di entrare dentro chi la leggerà per sedervi vicino, molto garbatamente, ma senza bussare… perché “bussare è una cosa così borghese”, come direbbe lei.

La rivincita di Antonella è un riscatto che capovolge davvero il cielo nero che l’ha intrappolata nella sua nuvola scura per circa dieci anni, fra un ospedale psichiatrico e una seduta dal neurologo, per capire in ultima battuta che “la tragedia della mia malattia si è rivelata essere la benedizione migliore che potesse capitarmi”.

Perché oltre al piacere facile che il mondo ci ricorda quotidianamente, vendendocelo come must have imposto dall’ultima moda, c’è il Dolore, quello umano-troppo-umano, che ci ricorda che siamo vivi anzitutto perché abbiamo la possibilità di trasformarlo, da nemico, in compagno fidato.

A tutti i lettori auguro, a nome dell’intervistata, di trovare quel compagno e di tenerselo stretto, tanto vicino da chiamarlo anima.

Antonella Gatti Bardelli

Antonella Gatti Bardelli

Ho cercato di spiegare, raccontare, regalarti un istante di me. Non ho trattenuto niente, niente, niente… Cicatrici nel corpo che parlano di abbandoni mai avvenuti ma nel vissuto come lame hanno scritto la tua storia. Siamo tutti legati. Anime che si incontrano in sguardi distratti, per un solo istante gocce sciolte di vera vita per poi disperarsi nell’inutilità di un palcoscenico ubriaco. Vuoi capire che in quell’istante ci siamo riconosciuti? Che allora eravamo Uno? Ricordi? Tanta paura di perderti Vita, tanta paura di sentirmi sola, diversa, senza voce per gridare su quel fottuto palco… Vi prego, non fate tacere quel filo di luce sottile dietro le ciglia del teatro. Fatelo respirare, nutritelo, dategli da bere. Prendetelo per mano insieme, non abbandonatelo mai, perché non si sente lui l’inutile, lui il diverso, lui l’ubriaco!”.

Antonella tiene particolarmente a iniziare l’intervista facendomi leggere questa pagina, tratta da Margò, chiedendomi di rifletterci sopra, insieme.

Non posso non chiedertelo, allora: quando ti sei sentita “Uno”?

Antonella G.B.: In Africa. Lì ho visto Dio, nella Natura. Nessuna catena, solo una miriade di colori, nessuna etichetta. Non parti di qualcosa, ma del tutto. Ho avuto la sensazione di esser tornata a casa. Questo è Dio per me: casa! Come un ritorno alla origini primordiali, all’utero materno, ma non il mio specifico… quello di tutti. Dopo l’Africa ho come iniziato a sentire un istinto materno fino ad allora sordo alle mie orecchie, invisibile ai miei occhi.

Ti va di raccontarci in cosa è consistita la tua inquietudine, qual era la paura che ti attanagliava?

L’inquietudine per me è qualcosa di antico: il mondo impone un’anestesia forzata al diverso che si deve adattare. Il mondo dorato di un certo tipo di borghesia è stato uno dei primi mostri che mi sono trovata ad affrontare. Io, invece, combatto da sempre contro ogni etichetta: vengo da una famiglia borghese, la prima ad avermi imposto le sbarre di una gabbia che non ho mai vissuto come casa. La liberazione da quelle stesse gabbie, quella è stata casa! D’altra parte, però, l’agiatezza economica della mia famiglia mi ha salvata concretamente: la legge vieta a chiunque abbia problemi psichiatrici conclamati di prendere aerei, per cui per farmi ritornare in Italia da New York la mia famiglia dovette chiedere a medici e infermieri italiani di venirmi a prendere per riportarmi indietro, riservando non so quanti posti a sedere in aereo per separarmi dal resto dei passeggeri. Tirarono un telo bianco per separarmi da loro, una volta a bordo. Un telo che mi sembrò un’altra gabbia d’acciaio.

Male e Bene ti si sono presentati insieme. Ma oggi, invece, che significato hanno queste parole per te?

Li ho sempre visti e tuttora li considero più come due amanti che si abbracciano piuttosto che due contendenti in lotta. Perché sono come gioia e dolore. Vedi, credo sia il tempo a determinare quelle sensazioni: qualcosa di incredibilmente gioioso a un tempo col suo passare può trasformarsi in un incubo asfissiante. E allora ti chiedi “Cos’è stato? Cos’era quella roba?”. Può un ricordo di gioia trasformarsi nel suo opposto? Gli opposti, in generale, esistono solo nella misura in cui possono dirsi grazie l’un l’altro: l’opposto è un enigma unico, un sinolo di mistero e segreto insieme. 

Da quello che dici mi pare di intuire la tua fede. Sbaglio?

Affatto: sono molto credente. Io mi sento una sopravvissuta. Quello che ha fatto mio fratello per salvarmi quando sono stata male in America l’ha fatto perché in qualche modo era guidato. Qualcosa o qualcuno l’ha guidato e portato a me.  E quando ho scritto Margò mi sono sentita come sotto dettatura: è come se qualcuno mi stesse raccontando di lei, ma io non la conoscevo…

Quale prezzo hai pagato per la tua sofferenza?

Non credo di aver pagato alcun prezzo per la mia sofferenza. Quello che mi ha dato è stato più grande di quello che mi ha tolto, perché la persona che sono oggi doveva attraversare quello che ha attraversato, come un Ulisse nella sua Odissea. Non c’erano scorciatoie: ero disperatamente alla ricerca di un senso nella mia vita, e solo lo strapiombo e la minaccia della sua stessa perdita mi ha portato a capirlo.

C’è qualcosa che ti dà “fastidio” della tua storia?

Mi infastidisco quando la mia storia è letta come la cronaca di un suicidio annunciato: quando ero nel mezzo del mio delirio, nel momento in cui la polizia mi piombò in casa per salvarmi, avvisata da mio fratello, io volevo fuggire da loro perché pensavo che loro volessero uccidermi… mi sono buttata dalla finestra perché volevo vivere, non perché volevo morire.

Era tutto capovolto…

Chi è il pazzo oggi? Cos’è “pazzia”?

Chi non vive. Chi muore è pazzo. Pensare di poter rinunciare alla vita: questo è da pazzi.

SOTTO QUESTO CIELO NERO
dai un voto emotion all'articolo
76%Emotion
Il voto dei lettori: (23 Voti)
76%

Provox

Provox è il megafono di Marco Maggio. Fantasma carnale, dittatore di se stesso, ama infestare più spazi possibili, dai salotti alle librerie, dalle cattedre alle terrazze, purché siano fiorite e profumate. Cosa ci circonda determina chi siamo, ma vale anche il contrario: bisogna capire per non accontentarsi del già noto.

Lascia un commento

La tua mail non verrà pubblicata.