Intervista a Daniela Galvani, 32 anni, architetto e startupper (Impossible Living e Whataspace). Si parla di bilanciamento tra lavoro e vita privata, architettura che si rifiuta di costruire e l’importanza di trovare il socio perfetto.

Daniela studia a Ferrara, si laurea nel 2006, gira l’Europa e si ferma a lavorare a Vienna. Torna in Italia convinta di aprire uno studio di architettura a Imola, la sua città, ma si ritrova a Milano. Lì incontra Andrea Sesta (il socio perfetto) e fonda due startup nel giro di quattro anni.

Come è nata l’idea di Impossible Living, la tua prima start up?

D: Assolutamente per caso, io lavoravo da casa e anche Andrea si era preso un anno di aspettativa per capire cosa volesse fare. Un giorno, durante una pausa, guardiamo su YouTube un video dell’ex sindaco di Cassinetta di Lugagnano. Raccontava di aver proibito le nuove costruzioni per favorire l’uso dell’esistente.

Io e Andrea ci siamo guardati e abbiamo avuto subito lo stesso pensiero, quasi un’illuminazione: smettere di costruire, cercare nell’ambito del nostro lavoro un approccio più sostenibile e consapevole. L’idea era semplice, dare nuova vita agli edifici abbandonati. La sera stessa, poche ore dopo averne parlato per la prima volta, abbiamo deciso che quella era la nostra strada.

La creatura ha iniziato subito a prendere forma e persino un nome: Impossible Living. Ci chiedevamo: è possibile o impossibile quello che abbiamo in mente?…

Avete dimostrato che è assolutamente possibile! Come funziona?

D: Impossible Living è una piattaforma globale di mappatura degli edifici abbandonati, un contenitore in cui chiunque può caricare la propria segnalazione, una sorta di Wikipedia dedicata agli spazi inutilizzati.

Il primo obiettivo era di sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema. E direi che ci siamo riusciti, da tutto il mondo hanno iniziato a scriverci e mappare edifici di ogni tipo. Abbiamo così avviato la seconda fase del progetto: la riattivazione dello spazio. L’abbiamo interpretata in chiave partecipativa, interpellando in maniera attiva le comunità coinvolte, di fatto gli abitanti del quartiere. Gli abbiamo chiesto di cosa avessero bisogno, cosa potesse migliorare la loro qualità della vita, in pratica come volessero trasformare quello spazio inutilizzato. Contemporaneamente abbiamo cercato e attivato un soggetto (pubblico o privato) che potesse intervenire nel processo.

Ad oggi sono 15 gli edifici riattivati in Italia grazie a Impossible Living.

Ma non vi siete fermati a questo progetto.

D: No, di fatto per noi era una sorta di no profit. Dopo 3 anni, per capire come lavorare sullo stesso tema ma con un approccio diverso, siamo andati a San Francisco. Vinciamo un bando, voliamo oltreoceano e parliamo a lungo con altri giovani imprenditori, nostri coetanei, uguali a noi ma immersi in una cultura d’impresa radicalmente diversa. Lì prende forma un nuovo modello di business, in linea con la nostra visione.

Si chiama What a Space, è una piattaforma in cui i proprietari di spazi a uso commerciale, non utilizzati, possono metterli a disposizione di chi vuole affittarli. Funziona per affitti di breve periodo, anche una sera. C’è chi cerca un locale dove fare la festa di compleanno e l’azienda che ha bisogno dello spazio per una convention di 3 giorni. E poi c’è il proprietario di un garage o di un negozio sfitto che non riesce a venderlo o affittarlo per lunghi periodi. Il meccanismo è semplice, un po’ come AirBnB, mette in contatto diretto domanda e offerta. Per ora il servizio è attivo su Milano, ma stiamo lavorando per mappare anche Bologna, Rimini e Roma.

32 anni e sei alla tua seconda società. Come gestisci il rapporto tra lavoro e vita privata?

D: Quando sono andata a vivere a Vienna, una psicologa del lavoro mi chiese più o meno la stessa cosa. Io risposi che l’ideale sarebbe stato un 50% famiglia e relazioni e un 50% carriera. Sono passati 6 anni da quella mia risposta, e oggi continuo a credere questo, che la sfida più grande sia riuscire a combinare in modo equilibrato queste due componenti della vita di una persona.

Al momento per me non è ancora così, ma spero lo sia in futuro. Per ora va bene, non avendo figli o fidanzato. Nel mio caso lavorare tanto è bilanciato dal rapporto splendido, a livello personale, con il mio socio (Andrea Sesta). Abbiamo affrontato insieme ostacoli e momenti difficili, quelli che ogni startup incontra. Ce l’abbiamo fatto, probabilmente perché siamo molto diversi, direi perfettamente complementari.

5- dany andre

Una società con un’anima maschile-femminile perfettamente bilanciata. Quali sono le qualità ‘femminili’ o gli aspetti del tuo carattere che pensi ti abbiano aiutata?

D: Sicuramente il non mollare mai. Tanta tenacia e la resistenza che ti viene solo quando vuoi davvero qualcosa, quando lotti per il tuo sogno. E poi sono molto istintiva.

Io aggiungerei coraggiosa: di fatto sei architetto, ma non ne vuoi proprio sapere di costruire.

D: Ciò che faccio è davvero la negazione di questa professione! Il mio trauma personale è proprio quello di aver finito l’università e poi rendermi conto che non mi sento un architetto. Mi hanno detto che avrei aperto il mio studio, avrei avuto dei dipendenti, avrei disegnato e progettato, che sarei stata un nuovo Renzo Piano… ma per me essere architetto è una cosa totalmente diversa. Non volevo quello, ma piuttosto ambivo a generare qualcosa di innovativo, etico e sostenibile. E così da architetto mi sono messa a fare una piattaforma web, una cosa ben diversa.

Cambiando lavoro immagino avrai dovuto studiare cose per te nuove. La formazione professionale continua è di grande importanza per chi, da vero startupper, deve fare un po’ tutto.

D: È fondamentale. Devi saper fare cose estremamente diverse, dal business model al piano di comunicazione, e tutto quello che c’è nel mezzo. Per questo vorrei avere più tempo per studiare, per dedicarmi a tutto ciò che non ha riguardato il mio percorso di formazione fino a oggi. Anche solo un’ora al giorno, magari la mattina… sarebbe importante non solo per la mia crescita professionale, ma anche per quella personale.

Daniela, what an architect!
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Redazione

Una redazione guidata da donne che amano i libri, la musica, i viaggi e la creatività. Qui raccontiamo storie, progetti, desideri e visioni delle donne che incontriamo.

5 commenti

  1. Jack

    E’ un argomento molto interessante, sapete per caso se ci sono trend in questa direzione in Europa?
    Sarebbe curioso capire se ci sono elementi di discrimine che permettono già di fare una cernita veloce di quali tipi di edifici sono più facili da ristrutturare, oppure se di volta in volta si deve comunque fare un assessment dedicato.

    grazie

    J.

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  2. maria chiara

    Bell articolo ma soprattutto grande coraggio nell iniziare una impresa di questo tipo….la.mia tesi di laurea verteva proprio sull utilizzazione temporanea degli spazi vuoti….edifici e vuoti urbani…ma dopo la laurea riuscire a fare sfruttare una tesi cosi interessante é risultato difficile…bello vedere che c e chi ci é riuscito!

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    • Er

      Un po’ mi ci rivedo: mi sono laureata in ingegneria edile – architettura specializzandomi in restauro…e non mi fermo…in aggiornamento continuo!
      Brava Daniela! Bravissima! Che belle idee!

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  3. Anna Baragiotta

    Bravissima Daniela!
    Complimenti per le tue – vostre idee…il tuo saper fare ed essere. Girando per la città e vedendo tanti edifici abbandonati ho sempre pensato che sarebbe stato bello recuperarli e ridare bellezza ai quei luoghi…quindi continuate cosi.
    Anna

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